Il prof. Barone: «Quando un anziano muore, brucia una biblioteca»

Il professor Francesco Barone
di Sabrina Giangrande
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L’AQUILA Francesco Barone è docente presso il Dipartimento di Scienze umane dell’Università dell’Aquila; è portavoce del “Documento di denuncia e di pace” di Denis Mukwege, premio Nobel per la Pace 2018.

Lei è molto conosciuto e apprezzato in campo umanitario ed educativo. Come analizzerebbe l’emergenza che sta attraversando il Paese?

«Il 31 gennaio 2020 il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario derivante da coronavirus. Da quella data in poi le cifre non sono affatto positive, soprattutto per quanto riguarda i decessi. Inoltre, questa drammatica situazione ha fatto uscire allo scoperto altri dati significativi che riguardano i numerosi nuclei familiari che vivono in condizioni di povertà. Gli aspetti positivi, invece, sono rappresentati dal lavoro costante e prezioso dei medici, infermieri, lavoratori, forze dell’ordine e tanti altri volontari».

Quali sono i rischi effettivi che corre l’Africa conseguentemente a questa pandemia?

«Secondo i dati più recenti, nel mondo sono stati certificati più di 1 milione di casi Covid-19. In Africa i casi di coronavirus sono circa 6.500 e i decessi circa 250. Sono cifre molto inferiori a quelle che riguardano il nostro Paese e più in generale Europa e Usa. In questi giorni sono in contatto con i nostri referenti dei progetti umanitari in Congo. Al momento, la situazione a Goma non presenta particolare preoccupazione. Maggiormente delicata è la situazione nella città di Kinshasa. Il loro sistema sanitario non potrebbe reggere la forza d’urto derivante da un eventuale ed esteso contagio. E ancora una volta le principali vittime sarebbero i bambini, molti dei quali orfani».

Qual è il ruolo delle agenzie educative?

«Questa emergenza, tra le altre cose, ha provocato la chiusura delle scuole. I bambini e i ragazzi da un giorno all’altro si sono ritrovati accomunati in questo “tempo sospeso”, pieno di incertezze e di timori. Il genitore, nella maggior parte dei casi è diventato “genitore a tempo pieno”. Tutti siamo coinvolti in una rivoluzione. La scuola e le famiglie stanno svolgendo un ruolo importante. Gli insegnanti hanno messo a punto la didattica a distanza, finalizzata anche a mantenere aperto il canale di comunicazione con gli alunni. Sono venuti a mancare inevitabilmente gli sguardi ravvicinati, gli abbracci, gli incontri, le occasioni di confronto, i momenti per socializzare e non è poco. L’auspicio è che non prevalga l’idea di questo periodo come “tempo perso”».

Gli anziani sono le vittime più colpite...

«Mi viene in mente una frase di Amadou Hampaté Ba: “Quando muore un anziano, brucia una biblioteca”. In questa società sopraffatta dalla frenesia del successo e dalla piaga dell’indifferenza restano trascurati i valori tradizionali e gli anziani, in molti casi espressioni di solitudini, poste l’una accanto all’altra. Ora che non sarà più possibile incontrare chi ci ha lasciato non ci rimane che il ricordo dei loro volti scavati, le camminate lente e la leggera malinconia. Per taluni gli anziani sono un peso, per altri, invece, rappresentano un valore referenziale. Ora più che mai si potrà e si dovrà parlare di “vecchiaia”, in quanto detentrice di un’identità personale e sociale ineguagliabile. Riflettere e parlare di “vecchiaia” significa anche rendere omaggio a tutte le persone che sono andate via prive di conforto e probabilmente anche a causa di gravi responsabilità. Aprirci alla complessità della “vecchiaia”, significa porre noi stessi nella condizione di un adeguato e costruttivo ascolto».

Sabrina Giangrande
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Mercoledì 15 Aprile 2020, 10:24 - Ultimo aggiornamento: 10:32
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