Italicum, no alle preferenze. Sì a soglie e ballottaggio. L'intesa Renzi-Berlusconi traballa ma tiene

Martedì 11 Marzo 2014
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Deputate Pd alla Camera durante l'esame della legge elettorale
Il governo trema ma l'Italicum alla Camera si avvia verso il primo sì, dopo una serie di votazioni ad altissimo rischio. Il voto finale sulla riforma elettorale da parte della Camera tuttavia slitta a mercoledì mattina alle 9,30.



L'intesa Renzi-Berlusconi dunque regge e vengono respinti per il rotto della cuffia gli emendamenti che potevano minarla, soprattutto quello sulla doppia preferenza di genere dove il premier evita lo scivolone per 20 voti soltanto e si vede costretto a schierare in Aula il governo a ranghi compatti, ministri e sottosegretari. Restano bloccate le liste dei candidati in Parlamento e si evita il peggio anche sull'emendamento per reintrodurre le preferenze, bocciato per 35 voti (264 sì contro 299 no). Si va con il brivido verso il voto finale di Montecitorio, con numeri sempre più esili e che lasciano presagire nuove complesse trattative al Senato ed una sorta di redde rationem nel Pd, il partito del premier.



Si assottiglia ancora di più la maggioranza che sostiene il patto Pd-Fi sulla legge elettorale ma arriva il via libera su due pietre angolari dell'Italicum: l'emendamento che prevede la soglia di sbarramento al 37% per ottenere il premio di maggioranza al 15% (315 sì, 237 no), la soglia di ingresso del 4,5% per i partiti in coalizione, dell'8% per i partiti non coalizzati e del 12% per le coalizioni. Passano anche il ballottaggio tra le due coalizioni che ottengono più voti ma non superano la soglia del 37% ed i criteri ed algoritmi per la ripartizione dei seggi. L'Aula boccia invece le primarie obbligatorie per scegliere i candidati.



Intanto Renzi, alla vigilia del decisivo consiglio dei ministri di domani, non è in Aula ma fin dal mattino

deve fare i conti con il forte malumore di un Pd spaccato, che convoca al Nazareno per blindare l'accordo e sedare gli animi dopo la bocciatura sulle quote rosa. «Se qualcuno non vuole votare oggi - usa toni spicci il premier - lo deve spiegare bene fuori da qui. Vi chiedo, come Pd, di chiudere oggi o questo ricadrà su di noi».



Le cose si complicano per il premier-segretario, con la minoranza Pd che tenta di mettere in difficoltà il patto con il Cavaliere, e con l'affondo di Pier Luigi Bersani: «Al Senato dovrà essere cambiato qualcosa. Capisco gli accordi e che Berlusconi sia affezionato ad alcuni punti, ma dovrà farsene una ragione pure lui». La Bindi annuncia il voto contrario, Cuperlo e Fassina parlano di «ferita», Sandra Zampa di «trappole» e persino il renziano Richetti deve ammettere che «qualche errore è stato commesso».



Renzi, che aveva sperato di poter chiudere sulla legge elettorale già in febbraio, deve perciò promettere che, prima dell'approdo a Palazzo Madama, si potrà ridiscutere di tutto in una riunione congiunta dei gruppi di Montecitorio e palazzo Madama, approfondendo i punti critici a partire dalle famose quote rosa appena bocciate. Entro quindici giorni, dice infine, «sarà formalizzato un atto parlamentare su Senato e Titolo V».




«Se vogliamo discutere di parità di genere, il Pd è avanti, non indietro - ha detto Renzi -. In questa sala si è detto che il Pd garantirà il 50% di donne in lista: è un impegno preso per la prima volta nella storia. Da sindaco, da premier, da presidente della Provincia ho sempre rispettato la parità di genere». Ultimo aggiornamento: 12 Marzo, 09:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA