PAPA FRANCESCO

Papa in Giappone, il racconto choc della sopravvissuta in Giappone

Lunedì 25 Novembre 2019 di Franca Giansoldati

Hiroschima (Giappone) - Yoshiko Kajimoto oggi ha 84 anni, è una nonna felice di 4 nipoti. E' una sopravvissuta al disastro atomico. Aveva 14 anni quando la bomba esplose. Al memoriale della pace di Hiroshima, davanti a Papa Francesco, prova a descrivere quello che non avrebbe mai voluto vedere. Una forza distruttiva tale da spazzare via in pochi secondi 40 mila persone dalla faccia della terra. Di alcune rimasero solo le sagome sugli edifici, come i negativi di una fotografia, mentre la potenza nucleare le polverizzava. «Una scena infernale». E' minuta e usa un tono di voce basso quasi monocorde mentre parla, ma ogni volta che ripete quelle scene da incubo è come se le rivivesse una seconda volta.

Papa Francesco a Nagasaki accanto alla foto simbolo anti-nucleare del bambino impietrito

E' nata nel 1931 à Koimachi, un quartiere situato a ovest della città di Nagasaki. Nel 1943 iniziò a studiare al liceo femminile. Il 6 agosto 1945, quando fu sganciato l'ordigno dall'Enola Gay, si trovava a lavorare in un capannone dove si facevano assemblaggi di pezzi per l'aeronautica. In tempo di guerra anche gli studenti venivano impiegati in vari ruoli. La sua fortuna fu che la fabbrica si trovava a 2,3 chilometri dall'ipocentro.

Nel 2000 la Fondazione per la pace di Hiroshima ha dato l'incarico a lei ed ad altri sopravvissuti di andare a testimoniare la propria esperienza nelle scuole, tra gli studenti, nei luoghi pubblichi, nei teatri, per non perdere la memoria. Un compito che molti sopravvissuti svolgono con grande impegno. Sanno che il tempo sta per scadere, che tra qualche anno nessuno di loro sarà più in vita, così occorre lasciare più prove possibili, sensibilizzare i ragazzi, insistere sulle conseguenze. Il suo racconto è sempre preciso.

«Ricordo una luce azzurra che invadeva tutto. Fu un attimo. Io ho perso conoscenza e mi sono svegliata e sentivo urla terribili. Non potevo respirare e una amica che era con me mi ha aiutato a uscire. Era tutto scuro e silenzioso. Un silenzio assoluto. Uscirono poco dopo altre sei persone da quello che rimaneva dalla fabbrica. Sembravano maschere di sangue, polvere e cenere. Iniziammo a cercare altri che magari erano ancora vivi. Sembravamo degli zombi. La pelle che si scollava, che cadeva dal corpo, gente ustionata, ho visto mamme con i figli morti in braccio. Eravamo tutti feriti. Il giorno seguente i corpi iniziarono a decomporsi e iniziammo a scavare una fossa comune. Della mia famiglia trovai mio padre e anche mia mamma che però rimase inferma per dieci anni. Altri fratelli ebbero il cancro». Agli studenti che le chiedono se ha paura di morire, replica così: «Non la temo perchè so che mio padre mi sta aspettando dall'altra parte».

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