Vaticano, tagliare stipendi ai cardinali di curia non risolve il deficit, il nodo è il costo dei dipendenti

Vaticano, tagliare stipendi ai cardinali di curia non risolve il deficit, il nodo è il costo dei dipendenti
di Franca Giansoldati
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Giovedì 25 Marzo 2021, 14:42 - Ultimo aggiornamento: 17:09

IL CASO
CITTÀ DEL VATICANO A partire dal primo aprile (ma stavolta non è un pesce d'aprile) i cardinali di curia, una quarantina in tutto compreso i pensionati, si ritroveranno con lo stipendio più leggero. Il loro piatto cardinalizio così viene chiamato il loro compenso - che si aggira attorno ai 5 mila euro verrà decurtato del 10 per cento.
Tagli in vista anche per i capi dicastero e delle varie amministrazioni: anche se per loro la scure è un po' meno pesante, solo l'8 per cento. La spending review in corso non risparmia nemmeno le buste paga degli oltre 4 mila dipendenti ai quali sono stati congelati gli scatti biennali di anzianità fino al 2023, anno in cui si prevede un ritorno graduale alla normalità economica dopo la micidiale batosta alle finanze vaticane causata dal Covid.


La sforbiciata alle retribuzioni è stata annunciata dal Papa con un Motu Proprio e ha avuto l'effetto di una doccia fredda. Nessuno se l'aspettava anche perché, stando ai tecnici, questa mossa non sarà risolutiva dal punto di vista contabile. Il risparmio complessivo dovrebbe aggirarsi attorno al milione di euro. Troppo poco per incidere davvero.

Il fatto è che i conti da diversi anni non vanno bene e questa spending review non tocca il problema principale che giace sul tappeto: il costo del personale, una specie di tabù che si presenta ciclicamente alla approvazione annuale del bilancio per poi essere accantonato. «Nessun taglio al personale» ripete Papa Bergoglio ai suoi collaboratori.


Il bilancio preventivo sottoposto al Papa la scorsa settimana mostrava entrate per 260,4 milioni di euro a fronte di 310,1 milioni di euro di uscite, con un deficit previsto di 49,7 milioni di euro. E' chiaro che i tempi delle vacche magre provocati dalla pandemia si fanno sentire ovunque e che l'andamento negativo ha costretto ad intaccare anche le riserve di sicurezza, compreso l'utilizzo dell'Obolo di San Pietro, la raccolta annuale che viene promossa soprattutto per fini caritativi e che anche stavolta servirà a coprire parzialmente gli altissimi costi di gestione.


Far quadrare i conti di questi tempi in Vaticano è quasi un miracolo. Il prefetto dell'Economia, il gesuita padre Guerrero Alves, poco tempo fa spiegava che quest'anno la riduzione delle spese è stata dell'8 per cento, a fronte di un costo del personale che dal 2019 al 2020 è cresciuto del 2 per cento. «Per il Vaticano si tratta di fare in modo che almeno a breve termine il 50% della spesa non diventi flessibile». Alves sottolineava che a causa della diminuzione delle entrate, non solo di quelle relative all'Obolo, si prevede per il 2021 una ulteriore contrazione delle riserve. Così anche queste si vanno assottigliando sempre di più. «E' molto probabile che nel 2022 si dovrà ricorrere in qualche misura al patrimonio dell'Apsa» aveva annunciato, senza specificare altro a Vatican News.


I dati diffusi sui dicasteri di curia più costosi mettono al primo posto il polo della comunicazione con una proiezione di spesa di 41 milioni di euro. Comprende Radio Vaticana, Vatican News, il Centro Televisivo, l'Osservatore Romano e assieme impiegano un totale di più di 400 dipendenti. Nella lista dei dicasteri più costosi seguono l'Evangelizzazione dei Popoli e le Chiese orientali (15 milioni di euro), la Libreria vaticana, (9 milioni) e l'università del Laterano per 6 milioni di euro. Il dicastero di curia che viene a costare meno sul bilancio pontificio è quello dei Santi, con 2 milioni di euro.

Un apparato burocratico ritenuto piuttosto pesante che già all'inizio del pontificato era stato al centro di infuocati dibattiti tra i cardinali. Ma a chi chiedeva a Papa Francesco di mettere mano ai licenziamenti, ha sempre risposto che non ne voleva sapere. Il Covid e la conseguente chiusura dei Musei Vaticani, la principale fonte di introiti, hanno fatto riaffiorare il tema tabù. Un anziano cardinale in pensione ieri suggeriva di riprendere la vendita di sigari e sigarette ai magazzini: una attività vietata da Papa Bergoglio 4 anni fa che però faceva entrare nelle casse vaticane 12 milioni l'anno.

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