Rifiuti, ecco come rendere i centri di riuso imprese sostenibili: il progetto europeo parte dall'Umbria

Giovedì 3 Dicembre 2020

PERUGIA - Rendere i centri di riuso delle vere e proprie imprese sostenibili. Su questo aspetto si sono confrontati i rappresentanti dei Paesi partner di Subtract Interreg Europe, progetto cofinanziato dall’Unione Europea con fondi Fesr e di cui è lead partner l’Autorità umbra per rifiuti e idrico (Auri).

Due giorni intensi che hanno visto il coinvolgimento dell’Auri appunto, e di Agenzia per lo Sviluppo Regionale di Nova Goriza (Slovenia), Agenzia per i rifiuti della Catalogna (Spagna), VAKIN, Competenza per acqua e rifiuti, Umeå (Svezia),       Centro di riuso della Città Metropolitana di Helsinki (Finlandia), Ufficio del Governo regionale della Stiria – Gestione idrica, risorse e sostenibilità (Austria) e Rreuse, Unione europea di imprese sociali del riuso e riciclo (Bruxelles, Belgio). «L’obiettivo di Subtract – ha spiegato il direttore di Auri, Giuseppe Rossi – è offrire ai decisori politici uno spettro di opzioni su quelle che possiamo considerare le migliori pratiche a livello europeo nel campo del riuso, ciò al fine di scegliere la ‘via umbra’ a questo tipo di attività. Questo è l’obiettivo che Auri si è prefisso quando ha proposto al programma Interreg Europe questo progetto». I sette partner europei, riuniti in videoconferenza, hanno raccontato le proprie esperienze e ascoltato “i più virtuosi” rispetto alle buone pratiche del riuso e dell’upcycling. In particolare, Sofia Bystedt del centro svedese ‘Retuna’ di Eskiltuna, al nord di Stoccolma, ha condotto i partecipanti in una visita guidata del loro centro collocato in un grande capannone industriale, ex-centro di smistamento di un corriere, dove i cittadini portano gli oggetti che non desiderano più. Questi oggetti vengono smistati, puliti, riparati e posti in vendita in una delle 14 boutique del centro. «Lavorano dieci persone nella parte a gestione comunale dello smistamento – ha spiegato Sofia Bystedt – e le boutique sono gestite da privati. Non solo salviamo il mondo, facciamo anche business». Dal fronte italiano, Marina Fornasier ha portato i partecipanti nella realtà della cooperativa sociale Insieme di Vicenza che con 200 posti di lavoro e ricavi di 3 milioni di euro all’anno è la realtà di riuso più grande in Italia. «Vogliamo non rimanere l’unico centro di queste dimensioni in Italia – ha detto la presidente Fornasier – e diamo una mano ad altri progetti in questo senso. A differenza degli Svedesi puntiamo meno sulle donazioni e più sull’intercettazione del flusso dei rifiuti e il recupero degli oggetti ancora utili che altrimenti finirebbero nel riciclaggio o addirittura in discarica».

La testimonianza di Ivan Božić, direttore della cooperativa sociale Humana Nova in Croazia ha aperto il secondo giorno. Delle 37 persone che lavorano nella cooperativa, 21 provengono da situazioni difficili di handicap o dipendenza e 11 da altri tipi di marginalità (ragazze madri, ragazzi non scolarizzati). L’impresa riesce ad andare avanti esclusivamente con i suoi ricavi e alla domanda, perché non viene sostenuto anche con fondi pubblici, visto il suo contributo sociale importante, la risposta è stata «Perché non ci sono». Un altro contributo è stato quello di Paolo Ferraresi di Rreuse, rete di centri di riuso che unisce realtà di tutta l’Europa e oltre, che ha confermato che «non esiste un unico modello di riuso, né per l’entrata e uscita dei beni, né per la situazione lavorativa e neanche per la gestione finanziaria. Se la priorità è l’intercettazione del flusso della raccolta differenziata o le donazioni, se il centro si basa sul volontariato o con contratti lavorativi regolari, quale parte dei ricavi provengono dalle vendite e quale da soldi pubblici dipende tra le altre cose dalla normativa, dalle condizioni quadro culturali ed economiche».

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