«Dopo il virus quella paura di tornare alla vita normale», i timori al tempo del Covid raccontati dallo psicologo

«Dopo il virus quella paura di tornare alla vita normale», i timori al tempo del Covid raccontati dallo psicologo
di Cristiana Mapelli
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Mercoledì 12 Maggio 2021, 10:00

PERUGIA - La pandemia ha portato diversi effetti collaterali psicologici. Ed ecco che stare in casa diventa consolatorio, riduce le aspettative e il confronto con gli altri. Flavio Boschi, coach, psicologo psicoterapeuta, ha fatto una fotografia di quella che è la situazione sociale ai tempi del Covid che ha scombussolato la routine, gli obiettivi e la perdita di vista delle nostre vite. 

Dottor Boschi, come ha visto cambiare il suo lavoro?

«Ci siamo trovati in una condizione atipica, nuova per tutti, che all’inizio poteva essere quasi divertente, ma che ci ha fatto entrare sempre più in una fase negativa dell’attesa. Come psicologo e psicoterapeuta ho modo e piacere di poter parlare con tante persone al giorno e con esse poter viaggiare, la differenza rispetto agli anni precedenti è senza dubbio questa nuova modalità di vita che siamo costretti ad abitare in questo periodo. In particolare da come difenderci un po’, come se ci fosse paura nell’aria, e ci si sente al sicuro solo a casa, perché il contagio è stato senza dubbio anche emotivo».

Che cosa spaventa ora?

«Abbiamo paura sostanzialmente dell’altro».

L’altro inteso come?

«Come direbbe Jean-Paul Sartre “L’altro è l’inferno”. Perché è l’altro che ci mette in discussione e perché l’essere umano è l’unico essere vivente che si conosce attraverso l'altro». 

Cos’è accaduto?

«La pandemia ha senz’altro enfatizzato questa paura e in particolare la paura nell’intimità, con le ansie e le preoccupazioni. Una intimità intesa nel senso, come direbbe Eric Berne, di permettere all’altro di essere come realmente è. In questo anno difficile fatichiamo ad andare nei lati più semplici della conoscenza ed è come se ci fossimo allontanati dall’altro in maniera difensiva, ma non sempre una difesa di adattamento, ma da un mondo psichico che manipoliamo. Siamo costretti ad una conoscenza dell’alteritá attraverso uno schermo, e questo è già un ossimoro, difficile pensare che sia autentica ed intima».

Un disagio mentale che si ritrova anche nel lavoro?

«Questa paura si può tradurre anche nel settore professionale perché è come se ci fossimo abituati ad una modalità di lavorare diversa rispetto a prima. Parliamo della sindrome della capanna, ovvero la paura al ritorno alla normalità e che coincide con l’ansia di riprendere ritmi precedenti e la paura di non adattarsi ai nuovi». 

Come nasce la sindrome?

«E’ come se avessimo creato uno stile di vita dove tutto avviene in modalità apparentemente controllabile, quindi un’illusione che però poi diventa delusione nel momento in cui riaffronteremo il mondo per come lo conosciamo. La situazione che dobbiamo andare a vivere ora è più o meno spaventante per tutti».

Che cosa bisogna fare?

«La difficoltà è quella di reimpostare la propria vita Bisogna cambiare le priorità con la giusta distanza. Per concludere e dare un’ottica di ottimismo possiamo citare Fritz Perls, padre della psicoterapia della Gestalt, il quale diceva “non sono in questa vita per soddisfare un’aspettativa degli altri ne sento che il mondo debba soddisfare le mie”».

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