Febbre del martedì sera, Roma Travolta da John

Mercoledì 23 Ottobre 2019 di Gloria Satta

Richard Gere non l’ha mai ringraziato, ma gli deve quattro successi: I giorni del cielo, American Gigolo, Ufficiale e gentiluomo, Chicago. «Sono i film che, per un motivo o per l’altro, io avevo rifiutato», rivela John Travolta alla Festa di Roma in un tripudio di applausi dopo il bagno di folla vissuto sul red carpet, le foto, i selfie, gli autografi dispensati con generosità e divertimento. «Mi sono pentito soltanto di non aver girato Chicago perché nello spettacolo teatrale le donne odiavano gli uomini, cosa che invece non succede nella versione cinematografica. Prima di dire no avrei dovuto informarmi meglio». E un boato accoglie le sue parole. «Sono venuto a Roma pilotando il mio aereo personale», annuncia l’attore, e la Sala Sinopoli esplode di nuovo. «I love you», gli grida una signora dalla platea. E lui: «Anch’io ti amo». L’Incontro ravvicinato moderato da AntonioMonda va avanti per un paio d’ore tra spezzoni di film, aneddoti, confessioni.
 

TONY MANERO Cranio pelato, camicia con volant e mocassini indossati senza calze, Travolta ha conquistato l’Auditorium confermando che, a 65 anni suonati, dopo trionfi e cadute, momenti d’ombra e resurrezioni, anche con qualche chilo di troppo continua ad essere un’incona intramontabile. Il pubblico va in deliro e batte il tempo con i piedi quando l’attore, fasciato nel celeberrimo completo bianco di Tony Manero, balla in La febbre del sabato sera: «Mi scritturò il produttore che mesi avanti mi aveva rifiutato il ruolo di Gesù in Jesus Christ Superstar perché ero troppo giovane, ma si era segnato il mio nome. Quando pianti un seme, prima o poi cresce una pianta». È stato difficile gestire l’immane popolarità conquistata grazie al film di John Badham? «No», risponde l’attore, che confessa di ballare ancora, soprattutto il tango, «ero preparato, provengo da una famiglia di attori e registi che mi avevano insegnato ad accogliere il successo per migliorarmi sempre più». I suoi antenati emigrarono negli Usa dalla Sicilia: «Ma sull’isola non ho mai trovato traccia dei Travolta».

CUORE SPEZZATO Passa sullo schermo una scena di Pulp Fiction, cult di tutti i tempi: «I capelli lunghi del mio personaggio, il gangster Vincent Vega, li avevo proposti io dopo un viaggio ad Amsterdam dove tutti erano pettinati così. E Quentin Tarantino, dopo una prima perplessità, è stato d’accordo». Dopo una clip di La sottile linea rossa, Travolta si commuove parlando del regista Terrence Malick: «È la persona più sensibile che abbia mai incontrato. Non potei girare I giorni del cielo perché avevo altri impegni contrattuali e lui ci rimase così male da non lavorare per i successivi 17 anni. Del resto, che il cuore potesse spezzarsi l’avevo imparato da bambino, guardando la morte di Giulietta Masina in La strada di Federico Fellini: decisi allora che non avrei mai fatto soffire nessuno».

SCANDALO Scorrono spezzoni di Face off, Blow out, Urban Cowboy, l’immancabile Grease e I colori della vittoria in cui John fa Bill Clinton alle prese con lo scandalo Lewinsky: «Il presidente l’ho incontrato prima e dopo le riprese e, sebbene la sceneggiatura non lo trattasse benissimo, è stato adorabile». Nell’ultimo film, The Fanatic, Travolta è un fan-stalker che perseguita un divo famoso. «Anch’io sono un fan: adoro Sofia Loren, Fellini, i Beatles e Jim Cagney. E faccio l’attore per essere libero».

BIOPIC La Festa ha applaudito Judy, drammatico biopic sulla leggendaria star Judy Garland morta a 47 anni e interpretata da Renée Zellweger: «Diventò famosa da bambina e pagò caro il prezzo del successo in un’epoca in cui i giovanissimi non erano protetti», spiega il regista Rupert Goold. È piaciuto anche Interdependence, il film collettivo sui cambiamenti climatici diretto da 11 registi di tutto il mondo. Tra loro, Silvio Soldini: «Volevo mettere una goccia nel mare delle vite quotidiane per arrivare a un cambiamento sostanziale», dice. «Non dobbiamo pensare solo ai nostri piccoli interessi».

 

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