Brad Pitt incanta Venezia: «L'età mi ha reso più saggio, la vera sfida è mostrarmi fragile»

Venerdì 30 Agosto 2019 di Gloria Satta


Fuori è l'inferno: i fan, accampati lungo il red carpet fin dal mattino presto, boccheggiano sotto il sole in attesa di vederlo passare molte ore più tardi ma già invocano il suo nome. E lui, Brad Pitt, chiuso in una una stanza dell'Excelsior sorseggia Coca-Cola e sorride malgrado, appena atterrato da Los Angeles, si senta «devastato dal jet lag». Sotto la coppola ultra-chic gli occhi azzurri mandano lampi, al braccio tintinnano innumerevoli braccialetti e spiccano dei tatuaggi cambogiani, strascico del matrimonio finito con Angelina Jolie. Sotto la maglietta militare si intravvedono delle collanine d'argento appoggiate sul palestratissimo torace. A 55 anni, l'attore è più in forma che mai e si presta a promuovere Ad Astra (in sala il 26 settembre con Fox), il film di James Gray di cui è produttore e protagonista nel ruolo emozionante di un astronauta che va ai confini del sistema solare per ritrovare il padre, disperso su una navicella 16 anni prima, e sventare una minaccia letale per l'umanità.

Cosa l'ha attratta di questo progetto?
«Gray ed io siamo amici dal 1996 e abbiamo sempre voluto lavorare insieme. Nel 2016 ho prodotto il suo film Civiltà perduta e quando James mi ha mandato la sceneggiatura di Ad Astra ho fatto un salto sulla sedia. Il materiale era così avvincente che ho deciso di realizzarlo. Era una sfida che non potevo lasciarmi sfuggire».

Per quale motivo?
«Innanzitutto Gray ha un approccio del tutto personale alla fantascienza. Da decenni ci chiediamo se siamo soli nell'universo. Il film risponde che sarebbe terrificante scoprire altre vite oltre alla nostra, ma lo sarebbe altrettanto appurare che non ce ne sono. Mi sono coinvolto nel progetto anche per ribaltare un luogo comune della nostra cultura».
 

 

Quale?
«L'idea della mascolinità intesa come ostentazione di forza, sicurezza, abilità in ogni situazione. Il cinema, a partire dal dopoguerra, si è costruito sul mito del Marlboro Man che deve vincere sempre. Anch'io, nato nel paesino di Shawnee in Oklahoma, sono cresciuto con questo ideale di virilità, incarnato da star come Clint Eastwood. Invece il mio astronauta, il ruolo più difficile della mia carriera, mostra debolezze, fragilità, paure».

Intende dire che è un maschio moderno?
«Sì perché permette al dolore, ai rimpianti, alle insicurezze di manifestarsi. Il film è un'investigazione su cosa voglia dire essere uomo. Credo di averlo capito: significa essere aperti, sempre connessi con gli altri».

Un tema centrale del film è il rapporto tra padre e figlio. E nella sua vita, che ruolo ha suo padre?
«È una figura indelebile. Oggi che ho dei figli, lo rivedo in ogni cosa che penso e faccio. Eravamo molto poveri e papà si è ammazzato di lavoro per dare alla famiglia una vita migliore. È quello che cerco di fare anch'io».

Il 18 settembre uscirà C'era una volta a Hollywood di Quantin Tarantino, da lei interpretato in coppia con Leo DiCaprio. Esperienza molto diversa da Ad Astra?
«In entrambi i film, i miei personaggi si evolvono. Ma i due registi sono diversi: Gray mi ha chiesto molta più introspezione psicologica, mentre Quentin ha voluto che entrassi nel suo mondo fatto di cinema e tv».

Dica la verità, per Ad Astra si aspetta l'Oscar?
«È presto per pensarci, ora mi preoccupo di come il film verrà accolto. Se ti fissi sui premi sei fottuto. Gli Oscar fanno piacere, ma se li vincono gli amici sono contento».
 

Che effetto le fa il tempo che passa?
«Mi ha reso forse più saggio, più umano. Alla mia età, smetti di pensare che l'universo sia contro di te. Credo di aver anche imparato l'umiltà: quando da giovane sbarcai a Los Angeles e New York cercando di sfondare nel cinema, ero uno sconosciuto che aveva preso il primo aereo a 23 anni. Le cose sono cambiate, ho avuto il successo e leggo testi di filosofia. Ma dentro sono rimasto il ragazzo di provincia di un tempo».

Che rapporto ha con lo spazio?
«Lo considero un luogo sperduto, sono più a mio agio in mezzo alla natura».

Le piace venire considerato un sex symbol?
«A questa domanda non rispondo».
E scoppia in una risata. Irresistibile.
 

Ultimo aggiornamento: 09:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA