Avengers Infinity War, il Titano senz'anima è un usato garantito

Sabato 5 Maggio 2018 di Maurizio Cabona
È l'ora di Thanos (Josh Brolin), che pare la contrazione di Thanatos (morte). Perciò questo titano - fronte spaziosa, mento rugoso, collo taurino - nel manifesto del diciottesimo film della serie Marvel, "Avengers. Infinity War" di Anthony e Joe Russo, sovrasta gli altri personaggi. Ma nel cast - stellare - diffuso dalla produzione Thanos è ventitreesimo. Lo precedono Iron Man (Robert Downey jr.), Thor (Chris Hemsworth), Vedova Nera (Scarlett Johansson), Loki (Tom Hiddleston), Visione (Paul Bettany), Pepper Pott (Gwyneth Paltrow), Il Collezionista (Benicio Del Toro) Thanos appariva, ma poco, già in The Avengers, in Guardiani della Galassia e in Avengers: Age of Ultron. Per cambiare nella continuità la Marvel/Disney procede cauta - si fa largo all'usato garantito, un cattivo dotato di ciò che più manca ai super eroi: una personalità. E Thanos ne ha una complessa per esser nato in un fumetto, oltre a essere presentato come la minaccia maggiore tra quelle che gli Avengers (vendicatori) hanno già affrontato in precedenza. Brolin occorre immaginarselo, perché è coperto da un tale trucco che solo un parente stretto lo riconoscerebbe dalla voce (il che vale solo per l'edizione in lingua originale).

L'INTENZIONE
Intento di Thanos non è solo dominare la Terra: sarebbe uno dei tanti. Vuole anche dimezzarne la popolazione. Non è un comunista, non un capitalista, non è un razzista. E' un malthusiano, severo ma giusto, a suo modo. Colpirebbe infatti ricchi e poveri, criterio sovversivo più che altrove negli Stati Uniti e nei Paesi protestanti, perché per quelle culture ricco è sinonimo di migliore. Thanos non agisce come un dio o un semi-dio, mosso da simpatie e antipatie. Si limita a incombere su uomini e donne: il femminicidio è incluso come un triste lavoro che qualcuno deve pur fare. In sostanza Thanos incarna il Fato. Affrontando i super eroi, incassa colpi durissimi. Allo spettatore può dunque sembrare uno pari a loro. Non lo è. 

La trovata della sceneggiatura di Christopher Markus e Stephen McFeely non è tanto constatare che il pubblico in larga parte sta col cattivo, ma averne trovato uno a lunga conservazione, che non scadrà per il diciannovesimo o ventesimo film della Marvel/Disney. Nelle due ore e mezzo di effetti speciali d'ogni tipo (c'è la versione in 2D, ma c'è anche quella in 3D) e relativo frastuono, affiorano frequenti dialoghi brillanti o che vogliono esserlo. Paragonato a Ready Player One, Tomb Raider e Rampage, usciti nel giro di poche settimane e sempre rivolti al pubblico infantil-giovanile, Avengers Infinity War offre in più l'auto-ironia. Schiera poi un nugolo di divi che sono anche bravi attori, sprecati in un film dove sono camuffati o chiusi in armature e a dire l'indispensabile. Occupata per i tre quarti del film a battersi, Scarlett Johansson per esempio quasi rinuncia ai tipici sguardi obliqui e si limita a colmare sinuosamente il lattice di una tuta nera. La distruzione di zone di New York è un luogo comune. Qui è meno radicale che quella di Chicago in Rampage. Quanto alla trama, è di lattice anch'essa: il film finisce quando finisce il tempo gradito al pubblico, secondo gli esiti dei sondaggi sui precedenti titoli della serie.


Avengers. Infinity War
Fantascienza, Usa, 149'
Voto: 3/5 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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