Vaccini, la protezione cala dopo sei mesi. «Serve terza dose»: i risultati dello studio britannico

Vaccini, la protezione cala dopo sei mesi. «Serve terza dose»: i risultati dello studio britannico
di Raffaele Alliegro
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Lunedì 30 Agosto 2021, 11:40

Mentre in tutto il mondo ci si sta interrogando, tra favorevoli e contrari, sull'opportunità di prevedere una terza dose per immunizzarsi contro il Covid, uno studio realizzato in Gran Bretagna fa sapere che la protezione dei vaccini comincia a calare dopo sei mesi. Una diminuzione che va dai 14 ai 10 punti percentuali a seconda del tipo di vaccino. I risultati della ricerca arrivano in un Paese in cui il virus non è stato ancora definitivamente sconfitto: il bilancio delle autorità sanitarie britanniche il 27 agosto scorso parlava di 38.046 nuovi contagi e 100 decessi nelle precedenti 24 ore.

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Vaccino, la protezione cala dopo 6 mesi: lo studio britannico

Lo studio sulla protezione dal Covid offerta nel tempo dai vaccini è arrivato alla conclusione che la doppia dose di Pfizer/BioNTech e di AstraZeneca comincia a essere meno efficace dopo circa sei mesi. Il vaccino Pfizer è stato efficace all'88% nel prevenire il Covid un mese dopo la seconda dose. Ma dopo cinque o sei mesi la protezione è diminuita al 74%. Si sarebbe quindi verificato un calo di 14 punti percentuali. Con il vaccino AstraZeneca, invece, la protezione contro l'infezione era del 77% un mese dopo la seconda dose. Dopo quattro o cinque mesi è scesa al 67%, con un calo percentuale di 10 punti. Lo studio si basa sui dati di 1,2 milioni di utenti dell'app Zoe Covid study lanciata a dicembre del 2020, anche per monitorare gli effetti e l'efficacia dei vaccini, in collaborazione con il King's College di Londra. Si tratta di un'iniziativa senza scopo di lucro finanziata dal Dipartimento della salute e dell'assistenza sociale. La ricerca ha confrontato le infezioni riferite dal gruppo dei partecipanti vaccinati e i casi in un gruppo di controllo non vaccinato. Sono stati utilizzati i dati dei vaccini registrati dall'8 dicembre 2020 al 3 luglio 2021 e delle infezioni che si sono verificate tra il 26 maggio 2021 (quando la variante Delta è diventata dominante) e il 31 luglio. Il risultato, secondo i ricercatori, è che la protezione sembra diminuire dopo un certo periodo di tempo, pur continuando a garantire in media una riduzione del rischio d'infezione superiore al 60%. E il rischio individuale può variare a causa della variazione nei singoli della durata degli anticorpi.

L'ipotesi della terza dose

«Uno scenario futuro nel peggiore dei casi potrebbe vedere una protezione inferiore al 50% per gli anziani e gli operatori sanitari entro l'inverno», ha detto Tim Spector, il ricercatore principale dello studio. Di qui la raccomandazione di Spector per un piano «urgente» su un ulteriore richiamo vaccinale nel prossimo futuro, in contrasto però con le riserve manifestate di recente da altri accademici britannici almeno rispetto all'idea di una somministrazione ravvicinata di massa di una terza dose. In Israele la terza somministrazione è già iniziata e negli Stati Uniti partirà ufficialmente a breve malgrado le riserve dell'Oms che vorrebbe privilegiare in questa fase prima la concentrazione delle forniture disponibili ai Paesi poveri o poco vaccinati in assoluto. Il governo Johnson, invece, sta valutando la possibilità di metterla in moto a settembre almeno per «i vulnerabili e gli over 50».

Nel Regno Unito, infatti, non mancano gli interrogativi ai massimi livelli della comunità medica sulla prospettiva della terza dose. Un parere diverso da quello di Spector lo offre ad esempio il professor Adam Finn, pediatra e vaccinologo all'università di Bristol, oltre che consulente del governo: a suo avviso «sovraesporre» i cittadini a troppe dosi senza avere la sicurezza del risultato migliore e soprattutto senza dei limiti di tempo non appare consigliabile in questa fase. E anche la professoressa Eleanor Riley, immunologa nell'ateneo di Edimburgo, ha espresso riserve sulla proposta di richiami generalizzati a cadenza annuale.

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