ROMA

Tangenti per un posto al ministero, sindacalista ai domiciliari

Tuesday 18 February 2020 di Valentina Errante
Tangenti per un posto al ministero, sindacalista ai domiciliari
Una italietta che Alberto Sordi avrebbe interpretato alla perfezione. E invece a raccontarci il “così fan tutti”, che ha spinto almeno diciotto persone a pagare tra i 10mila e i 45mila in cambio dell’assunzione di moglie o figli, non è la sceneggiatura di un film ma l’ordinanza di custodia cautelare che ha portato ai domiciliari, Fabrizio Cherubini, dipendente dell’Ispettorato del lavoro di Roma e sindacalista. Per la procura un millantatore. Di certo c’è che Cherubini ha incassato circa 300mila euro, non ha mai girato i soldi ai pezzi grossi che diceva di conoscere e, ovviamente, non ha mantenuto le promesse pagate a caro prezzo: posto fisso in Trenitalia, al ministero dei Beni culturali, all’Istruzione o in via Arenula o ancora alla Regione Lazio. Almeno dal 2014 il business andava a gonfie vele, finché una delle vittime, una signora che aveva pagato per vedere “sistemati” i figli in Trenitalia non ha deciso di presentare una denuncia. Il reato ipotizzato dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Gennaro Varone è il traffico di influenze, che riguarda anche due “aiutanti” di Cherubini. Ma nei guai, adesso, si trovano pure cinque vittime che hanno pagato nel 2019, quando era già in vigore la nuova legge «sull’induzione indebita». Insomma, avevano in mente di corrompere dei pubblici ufficiali e per questo hanno pagato e così, anche i loro nomi, sono finiti sul registro degli indagati.

I soldi, spiegava Cherubini ai suoi clienti, servivano per «Muovere la macchina». Erano destinati a «persone più forti» dell’umile ispettore del Lavoro e dei suoi amici che lo coadiuvavano. «La rappresentazione del Cherubini - ha detto una vittima a verbale - fu che il denaro andava girato “a persone più importanti di lui”; che, per la natura dell’assunzione promessa, erano univocamente rappresentati quali pubblici ufficiali corruttibili». Insomma era chiaro che si pagava per corrompere. Ammettono quasi tutte le vittime, ripescate attraverso le movimentazioni bancarie (in entrata) di Cherubini. La voce dei bonifici è sempre “prestito”. Pochi hanno provato a negare ma non sono stati creduti. Funzionava il passaparola e in tanti avevano deciso di ricorrere alla via più facile, come nelle migliori tradizioni del Belpaese. Cherubini era sicuro del fatto suo, tanto che dopo aver saputo di essere indagato non ha interrotto la sua attività: «È accaduto che, dopo la sua audizione e perquisizione, Cherubini abbia preteso il pagamento di ulteriori euro 4.500 euro da un cliente che ne aveva già versati 11mila ed era in attesa di vedere la figlia sistemata ai Beni Culturali».
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