MIGRANTI

Migranti, in 13 fuggono dal centro rimpatri a Roma: c'è anche un sospetto jihadista algerino

Lunedì 8 Luglio 2019 di Michela Allegri e Alessia Marani
Clamorosa rivolta, venerdì sera, al Centro di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria: decine di stranieri hanno dato fuoco ai materassi, hanno sfondato le porte e scavalcato la recinzione, dileguandosi tra le campagne. Fra i tredici in fuga dalla struttura a sud di Roma e a due passi dall'aeroporto internazionale di Fiumicino, c'è anche un pericoloso algerino, monitorato dall'Antiterrorismo.

Il suo nome è inserito nei database interforze e compare nelle informative e nella lista dei 478 soggetti da vigilare per rischio terrorismo compilata dal Nic, il Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria. Lo straniero, infatti, aveva appena finito di scontare la pena in carcere per altri reati, ma nel corso della sua permanenza in una prigione romana si sarebbe radicalizzato alla causa dell'Is, lo Stato islamico, abbracciandone credo e dettami. Per questo sulla vicenda la Digos capitolina ha subito avvisato il procuratore aggiunto Francesco Caporale che coordina il pool di magistrati che si occupa di terrorismo. La prima informativa sul caso verrà depositata agli inquirenti questa mattina. Ma che cosa è successo venerdì scorso nell'ala maschile appena riaperta a maggio dopo un restauro costato 2 milioni di euro?

LA SOMMOSSA
Intorno alle 21,30 gli stranieri in attesa di essere espulsi, hanno cominciato a bruciare materassi, tagliarsi con le lamette, poi in forza hanno sfondato le porte, scardinando gli infissi (non blindati) e danneggiando gli arredi. «Il cibo non è buono e abbiamo pochi cellulari a disposizione», hanno rivendicato, mentre tra loro c'era già chi studiava la fuga. In 17 hanno raggiunto l'esterno dell'edificio, scavalcato il muro di cinta e si sono dileguati per le campagne lungo la Portuense. Alcuni sono stati bloccati dagli agenti nell'area di Commercity. Gli altri da allora sono uccel di bosco e tra questi l'algerino sospettato per la radicalizzazione violenta e il proselitismo in carcere.

A rendere noto l'episodio è stato il Sap, Sindacato autonomo di polizia, che in un comunicato ha espresso «solidarietà ai colleghi del Reparto mobile e dell'Ufficio immigrazione che si sono trovati a fronteggiare le violente intemperanze degli ospiti del Cpr». Intemperanze che, spiega Massimiliano Cancrini, della segreteria provinciale, «si erano registrate già nelle settimane precedenti. I dormitori vennero chiusi nel 2015 dopo che un incendio appiccato dagli stranieri li rese inagibili ed è già tutto di nuovo danneggiato - aggiunge - Incontrerò il Questore e gli chiederò di separare meglio gli ambienti interni dall'esterno, di rinforzare e rendere più asettica la struttura e di evitare che gli ospiti possano raggrupparsi troppo facilmente».

All'interno del Cpr prestano servizio gli agenti dell'Ufficio immigrazione con personale militare e alcuni carabinieri e finanzieri. All'ordine pubblico all'esterno ci pensa, invece, il Reparto Mobile. E non è un caso, secondo Andrea Cecchini di Italia Celere, che «la rivolta sia esplosa proprio venerdì quando una squadra era stata distolta da quel compito e dirottata nel centro di Roma per una manifestazione per la Sea Watch a cui hanno partecipato sì e no 30 persone. Per gestire chi dimostra pericolosità sociale c'è bisogno di investire in uomini, mezzi e infrastrutture».
Intanto, la procura aprirà un fascicolo d'indagine, probabilmente per danneggiamento, visto che non è possibile contestare il reato di evasione: i tredici fuggiti non erano detenuti, ma erano in attesa di espulsione. Oltretutto si rischia il paradosso: che per rispondere dei guai di un procedimento giudiziario, l'espulsione sia rimandata, se non evitata.

  Ultimo aggiornamento: 11:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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