McDonald's alle Terme di Caracalla, il Consiglio di Stato boccia il ricorso della multinazionale

L'apertura prevista era su terreno da 35 mila metri quadrati

No al McDonald's alle Terme di Caracalla, il Consiglio di Stato boccia il ricorso della multinazionale
di Valentina Errante
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Martedì 28 Dicembre 2021, 11:58 - Ultimo aggiornamento: 29 Dicembre, 08:17

No all'apertura del mega McDonald's alle Terme di Caracalla. Il Consiglio dui Stato ha definitivamente bocciato il progetto da 1,3 milioni di euro che prevedeva l'apertura di un Mc Drive (e relativo parcheggio) su un terreno da 35 mila metri quadrati, alle spalle dell'area archeologica delle Terme di Caracalla.

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Sulla fattibilità del piano - che doveva essere realizzato su terreni di proprietà del vivaio Eurogarden - la multinazionale americana aveva già incassato un primo no dal Tar del Lazio nel maggio 2020, dopo la bocciatura dell'allora sindaco, Virginia Raggi, della Regione Lazio e  del ministero dei Beni culturali e si era rivolta a Palazzo Spada chiedendo l'annullamento della decisione dei giudici amministrativi di primo grado.

LA VICENDA

L'immobile finito al centro della controversia era stato realizzato sulla base di una concessione edilizia del 1970, che riguardava la costruzione di una serra, successivamente erano stati fatti interventi abusivi, sanati però nel 1985. Attualmente l'immobile ha una porzione  di 453 metri quadri con destinazione d'uso commerciale, altri 104 con destinazione d'uso uffici, mentre 165 metri quadri sono adibiti a serra. Il progetto della multinazionale si presentava come intervento di restauro conservativo con cambio d'uso da commerciale /servizi (uffici) a pubblico esercizio, che secondo i legali di McDonald's avrebbe "dato vita alla riqualificazione dell'edificio e a un generale risanamento ambientale dell'area di intervento limitrofa”. Ma i giudici rilevano: “In sostanza - si legge nella sentenza - è prevista la realizzazione di un ristorante”, tanto che Palazzo Spada  adombra la possibilità che le autorizzazioni rilasciate e poi annullate dal Comune possano essere dovute alla malafede dei privati che avrebbero indotto in errore le autorità.. La multinazionale, davanti ai giudici di secondo grado, lamentava un eccesso di potere da parte dell'amministrazione capitolina, che aveva annullato le autorizzazioni, e del ministero, che aveva avocato a sé il procedimento. Ma il Tribunale amministrativo ha definitivamente mandato in archivio il progetto.

LE MOTIVAZIONI

“L'area in cui si trova l'immobile - scrivono i giudici - è inclusa nel centro storico, tutelato come sito Unesco, per la quale le norme tecniche di attuazione prevedono espressamente l'obbligatorietà del procedimento di autorizzazione paesaggistica” e spiegano la bocciatura del ricorso sulla base della “preminenza delle esigenze di tutela del patrimonio culturale”, sottolinenado il tentativo di ridurre “la qualificazione edilizia dell'intervento - in termini di mero restauro conservativo - al fine di eludere in radice la necessità di autorizzazione paesaggistica” . Spiega il Consiglio di Stato che “I presupposti dell'esercizio del potere di annullamento dei titoli edilizi sono costituiti dall'originaria illegittimità del provvedimento, dall'interesse pubblico concreto e attuale alla sua rimozione”, per i giudici “L'interesse pubblico in materia della tutela del territorio e dei valori che su esso insistono, possono indubbiamente essere prevalenti rispetto a quelli contrapposti dei privati, nonché dall'eventuale negligenza o malafede del privato che ha indotto in errore l'amministrazione” .

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