La complessa trattativa per il governo, le rigidità dei 5Stelle

Mercoledì 21 Marzo 2018 di Massimo Adinolfi
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Alla vigilia della prima giornata del nuovo Parlamento, la fisionomia del governo prossimo venturo rimane ancora indecifrabile. Nessuna fretta, ha detto Di Maio, che si appresta a incassare il primo risultato politico: la Presidenza della Camera dei Deputati. Per la prima volta da quando è entrato in Parlamento, il Movimento mescolerebbe i suoi voti con le altre forze politiche su un’importante scelta istituzionale: significa che è pronto a farlo anche su una scelta politica altrettanto importante? Può darsi di sì, perché la rivendicazione della centralità e decisività del Movimento non può evidentemente andare separata dalla consapevolezza che ai Cinque Stelle mancano non pochi voti per formare un governo. È rimarchevole, però, che, almeno per ora, Luigi Di Maio ritenga di poterli cercare indifferentemente a destra o a sinistra. Non è tuttavia una contraddizione che possa venir imputata a un Movimento che dichiara di collocarsi oltre quella distinzione; eppure dà l’impressione – come dire? – di una certa fungibilità politica. Oppure è il contrario: è l’acquisita centralità del partito di maggioranza relativa che permette al suo capo politico di rivolgersi da una parte e dall’altra, ovunque trovi disponibilità a realizzare i punti programmatici che il Movimento ritiene irrinunciabili. Non ha fatto la stessa cosa Angela Merkel in Germania? Non avendo la maggioranza assoluta, ha cercato prima i voti di verdi e liberali, e solo poi, non avendoli ottenuti, si è rivolta all’Spd. Ha impiegato sei mesi: senza nessuna fretta. In realtà non è proprio la stessa cosa. E non solo perché Di Maio non è la Merkel, né i Cinque Stelle sono la Cdu.

Ma perché la Cancelliera (che non ha mai pensato di rivolgersi alla destra estrema di AdF) ha affrontato la difficile fase delle trattative accettando di discutere sia il programma che la composizione dell’esecutivo. Solo su questa base ha potuto aprire i colloqui con gli altri partiti. Per il momento, invece, i Cinque Stelle hanno evitato di compiere passi in una simile direzione, ripetendo fino alla noia che gli elettori hanno votato insieme un partito, un capo politico, un programma e una squadra di governo. Come se, per ottenere l’appoggio di altre forze politiche, dovesse bastare la minaccia di nuove elezioni, minaccia alla quale sarebbero sensibili, in particolare, i partiti usciti sconfitti dal voto, Pd in testa. O come se il Movimento non avesse davvero tutta questa voglia di governare, soprattutto dovendo pagare il prezzo di faticosi accordi e difficili compromessi, così indigesti alla base originaria del grillismo. (Voglia e, aggiungerei, cultura politico-parlamentare). Chi però sin qui qualche passo lo ha compiuto è Salvini. Anzitutto nella scelta dei Presidenti delle due Assemblee. Salvini ha accettato di sostenere la candidatura di un pentastellato alla Camera e di lasciare strada al candidato di Forza Italia al Senato, per non rompere la coalizione di centrodestra ancor prima di cominciare a giocare la partita sul governo.

Questo nell’ipotesi, confermata nelle ultime ore, che cada il nome di Paolo Romani, su cui i Cinque Stelle hanno puntato i piedi. Il leader della Lega ha poi tirato una riga in mezzo al campo: i voti non li cercherà dalle parti del Pd. In questo modo, ha da un lato impedito a Forza Italia di smarcarsi, facendo cadere tutti i ragionamenti intorno a una possibile “grande coalizione” con i democrat, e ha dall’altro mantenuto la rappresentanza dell’intero centrodestra. Non è detto che questo basti a mettere su un Esecutivo con i Cinque Stelle, ma basta a portare avanti l’eventuale trattativa da posizioni di maggiore forza e rappresentatività. Che anche il Capo dello Stato, al momento del conferimento dell’incarico, non potrà non considerare. Berlusconi, per parte sua, non può non tenergli il gioco: vuoi perché in cambio ha ottenuto la Presidenza del Senato, vuoi perché ha il sacro terrore di nuove elezioni, vuoi infine perché può sempre sperare che a toglierlo da ogni imbarazzo siano proprio i Cinque Stelle, che un governo con un condannato in via definitiva molto difficilmente potranno mandarlo giù. Così si potrebbe tornare daccapo, almeno negli auspici del Cavaliere: a un governo di scopo, del Presidente, o come altrimenti lo si voglia chiamare, con dentro tutti (o nessuno).

A quel punto, però, le ultime ambiguità dovranno cadere. Salvini, dal canto suo, dovrà decidere se andare comunque avanti, spingendosi nella terra incognita di un accordo coi Cinque Stelle anche a costo di spaccare il centrodestra. Di Maio, dall’altro canto, che avrà atteso il più possibile movimenti (e sommovimenti) in casa Pd, sarà probabilmente dinanzi al dilemma se Palazzo Chigi val bene una messa, se vale cioè il completamento della trasformazione del M5S in una forza di sistema, che accetta di dare un governo al Paese rinunciando almeno in parte a certe pregiudiziali, o se invece gli converrà tuffarsi verso il voto anticipato. Fin lì, e non oltre, Di Maio potrà tenersi aperte tutte le vie. Dopo, il dado sarà tratto, e non potrà che avere una faccia sola.
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