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Dal caso Leone a Scalfaro, ma nessuno è mai caduto

Dal caso Leone a Scalfaro, ma nessuno è mai caduto
di Marco Ventura
4 Minuti di Lettura
Lunedì 28 Maggio 2018, 07:14

La prima a esporsi in prima persona e a evocare esplicitamente la messa in stato d'accusa del capo dello Stato, altrimenti volgarizzata e inglesizzata col termine impeachment, è Giorgia Meloni leader di Fratelli d'Italia, «se è vero il veto su Paolo Savona». A ruota un deputato del Movimento 5Stelle in un post su facebook: Carlo Sibilia, già componente del direttorio grillino. Ma la voce dell'iniziativa più contundente possibile nei confronti del Presidente era già diffusa e sussurrata, come minaccia, tra i 5S dopo il drammatico annuncio di Mattarella e la rinuncia del premier incaricato. E ecco subito schierarsi le forze pro, contro e di lato rispetto all'affondo grillino e di Fdi. Matteo Salvini non cavalca la richiesta nonostante Di Maio lo incalzi («la Lega non può tirarsi indietro») e dice che non ne parla «adesso perché troppo incazzato». Berlusconi, invece, accantona ogni dubbio e difende da Arcore il presidente, anzi ne «rispetta» la scelta, e taccia come «irresponsabili» quanti brandiscono l'arma del procedimento penale davanti alla Corte Costituzionale dell'inquilino del Colle. In sintonia, Berlusconi, con il Pd, che è tutto una dichiarazione corale di «solidarietà» a Mattarella, con l'annuncio perfino di «iniziative straordinarie» per fare da scudo al Colle e alla Costituzione. E, certo, di precedenti tentativi di impeachment in Italia non ce ne sono stati tanti, e nessuno ha portato davvero alla messa in stato d'accusa.

MODELLO BRITISH
Se n'è parlato per Giovanni Leone, Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano. Vale ricordare che la procedura non nasce in Italia. È anglosassone. William, 4° barone di Latimer e ministro di Eduardo III, ne fu la prima vittima, per tangenti nel rilascio di navi catturate alla Marina Reale. Era il 1376. Nel 1787 i Padri fondatori lo regolamentarono nella Costituzione degli Stati Uniti. Nixon lo evitò nel 1973, dopo l'esplosione del Watergate, dimettendosi. Clinton, nel mezzo dello scandalo sessuale, venne prima messo in stato d'accusa e poi assolto, al Senato, non per avere avuto rapporti con Monica Lewinsky ma per aver negato di averli avuti davanti agli americani. Per aver mentito.

ANTELOPE COBBLER
In Italia il primo a cadere sotto i colpi delle minacce di impeachment è stato Giovanni Leone, bersaglio di una campagna mediatica devastante partita da un libro della giornalista Camilla Cederna, «G. Leone: la carriera di un presidente» (in quella occasione la Corte Costituzionale operò comunque nei confronti dei ministri coinvolti nello scandalo Lockheed, mentre oggi i ministri sono processati da giudici ordinari). Alla fine Leone fu scagionato dall'accusa di essere lui l'Antelope Cobbler. Drammatica la richiesta di impeachment verso Francesco Cossiga da parte del Pds di Occhetto. Una vicenda che secondo Amato turbò per sempre il Picconatore che credeva di avere, lui cugino di Berlinguer, un rapporto speciale con gli eredi del Pci. Gli si imputavano i colpi di piccone alla Carta costituzionale ma anche il suo ruolo nella creazione e protezione della rete di difesa nazionale anti-comunista Gladio ai tempi della guerra fredda. Tra i firmatari pure Violante e Pannella. Fu difeso da Giorgio Napolitano, il Re Giorgio che a sua volta sarebbe stato minacciato da Grillo. Qualcuno arrivò a proporre di internare Cossiga in una casa di cura. Lui replicava: «Io non sono matto. Io faccio il matto, è diverso». E nel messaggio di fine anno del 1990 tirò fuori dalla tasca un foglietto che lesse, riferendosi ai gladiatori: «Un saluto riconoscente ai patrioti brava gente». Nel 1991, infine, si autodenunciò per cospirazione politica. Una sfida aperta ai partiti. Con dieci settimane d'anticipò lasciò il Colle, prima che si arrivasse al voto sull'impeachment.

Tra quelli che più duramente lo avevano attaccato Oscar Luigi Scalfaro, che gli subentrò al Quirinale e contro il quale, dalle fila di Forza Italia, partirono negli anni svariate accuse. Il 3 novembre 1993, Scalfaro pronunciò il famoso «Non ci sto», respingendo i sospetti sull'uso di fondi neri da ministro dell'Interno. E parlò di «gioco al massacro». Ma l'accusa di alto tradimento e attentato alla Costituzione era più politica e si riferiva al ribaltone dopo la caduta del primo governo Berlusconi e la nascita del governo Dini. Del resto, alla nascita del primo Berlusconi, Scalfaro aveva posto paletti precisi. Anche qui, nulla di fatto. Arriviamo così a Napolitano sulla graticola di Grillo e dei berlusconiani per aver tramato a favore del governo Monti.
 

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