25 aprile, intervista a Luciano Violante: «Salò e le ragioni dei vinti? Dopo 20 anni lo ripeterei»

Lunedì 25 Aprile 2016 di Diodato Pirone
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Presidente Violante, a 71 anni dalla fine della guerra ha senso ricordare il 25 aprile?
«E' la data fondativa della Repubblica. Ogni Paese ha i suoi “fatti costitutivi”; in Francia, ad esempio, si celebra la presa della Bastiglia. Il 25 aprile è la radice dell'Italia repubblicana e democratica. E' una radice popolare, di uguaglianza e di riscatto civile. La Resistenza unificò in una esperienza unica classi sociali diverse; ufficiali dell'esercito e militanti politici; Nord e Sud; uomini e, per la prima volta in modo consistente, donne. E' dal 25 aprile che nasce il voto alle donne: avevano partecipato alla lotta di Liberazione e ne fecero un trampolino dell'emancipazione femminile. Dunque è il suo valore politico e sociale quello che conta».

 Non avverte il rischio di un racconto retorico?
«Ero ragazzo e ancora oggi ricordo con noia il racconto che veniva fatto a me della prima guerra mondiale. E infatti sarebbe sbagliato parlare del 25 aprile e della Resistenza senza dire la verità. Ovvero che ci fu anche una guerra civile e che dopo la Liberazione si verificarono vendette terribili. Ma resta il punto: questa data ci assegna una identità nazionale, il recupero di una coscienza civile che la società italiana aveva smarrito».

Tuttavia il 25 aprile è una data sentita più a sinistra.
«Questo è un problema. Io sono contrario ad ogni rivendicazione proprietaria del 25 aprile. Però devo sottolineare che questo elemento non è addebitabile solo alla sinistra italiana».
 
Cioè?
«Le forze moderate, che pure diedero un contributo importante alla Resistenza, smisero di festeggiare la Liberazione. C'era la guerra fredda e temevano di fare il gioco del Pci, che pure aveva dato il contributo di sangue più alto. Dunque preferirono smorzare il loro legame con il ricordo di quegli anni che finì per orbitare attorno al solo circuito culturale della sinistra. Quello dei partiti moderati sul 25 aprile è stato un errore grave sia politico che civile perché sarebbe stato nel loro interesse distinguere la politica estera dell'Italia di allora dall'antifascismo che era di tutti».

Quando lei divenne presidente della Camera, venti anni fa, disse che bisognava interrogarsi sulle ragioni dei ragazzi che scelsero Salò. Lo ripeterebbe?
«Senza nessun dubbio. Ma ricordo che piantai due paletti con queste parole: ”Senza revisionismi falsificanti e senza inaccettabili parificazioni”».

Quell'apertura ha funzionato?
«All'epoca ci fu una risposta, in particolare da Gianfranco Fini, e nacque un dibattito nel centrodestra che poi ha subito un processo di sclerotizzazione. Ma credo che la necessità di capire le ragioni degli altri abbia fatto un po' di strada in questi anni».

Presto ci sarà un referendum sulle modifiche della Costituzione. Ma la nuova Carta non sarà più in sintonia con la Resistenza e la sua celebrazione il 25 aprile?
«Nient'affatto. La vecchia Costituzione delegava ai partiti il funzionamento della Repubblica. Oggi, purtroppo, i partiti non hanno più quella forza e il sistema deve trovare altri meccanismi di funzionamento. Non mi piacciono tutte le modifiche ma io sono per il ”si” al referendum costituzionale».

Non crede che lo scontro fra toghe e governo ricalchi lo schema ”fascismo-antifascismo” che ha caratterizzato tanti anni della nostra Repubblica?
«Non credo. Il presidente Renzi è stato bravo a non accettare lo scontro proposto dal dottor Davigo. Confronti duri fra politica e magistratura sono avvenuti in molti Paesi. L'importante è che siano solo conflitti episodici, non strutturali». Ultimo aggiornamento: 11:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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