Usa, Pence uomo del futuro dopo la gaffe di Trump: «Dovevamo candidare lui»

Domenica 9 Ottobre 2016 di Flavio Pompetti

NEW YORK «Come uomo e come padre sono offeso dalle parole e dalle azioni espresse da questo filmato vecchio di undici anni che è stato pubblicato ieri: non trovo scuse per le affermazioni che contiene e non posso difenderlo. Sono riconoscente (a Donald Trump) per aver espresso rimorso e aver chiesto scusa agli americani. Preghiamo per la sua famiglia, e ci aspettiamo di vederlo mostrare cosa c'è davvero in fondo al suo cuore quando si presenterà di fronte all'intera nazione domani sera». Il comunicato con il quale il candidato come vice presidente Mike Pence ha preso posizione ieri, dopo lunghe ore di meditazione di fronte allo scandalo che avvampava, è la sintesi più significativa della posizione nella quale l'ex governatore dell'Indiana è venuto a trovarsi.

IL RIMORSO DEL PARTITO
Una posizione di giudice nei confronti di quello che dovrebbe essere il suo capo, e con un giudizio che esprime a pieno la natura religiosa della sua ispirazione politica. La gran parte dell'elettorato americano ignorava l'esistenza di Pence alla vigilia del dibattito che lo ha visto opposto mercoledì scorso al candidato democratico per la vice presidenza: Tim Kaine.
Dalla prima ora successiva all'incontro il suo destino sembrava invece già segnato. La capigliatura di bianco candido su un corpo ancora prestante, la faccia pulita e il piglio autorevole, la parola concisa e incisiva, a metà tra l'eroe taciturno di un western e il nonno che siede a capotavola in una famiglia numerosa.

TONI MESSIANICI
Pence ha bucato lo schermo, e si è imposto con la forza di un rimorso immediato: quello di non essere stato dall'inizio la prima scelta di un partito che è stato scippato dall'intruso Trump, non allineato, non conforme, e imprevedibile come un uragano di forza 5.
Il suo comunicato di ieri, nella porzione in cui parla dell'invocazione divina e poi dell'aspettativa di una confessione a cuore aperto da parte di Trump, si riallaccia ai toni messianici che avevamo già sentito in chiusura del dibattito con Kaine, quando chiamato dalla moderatrice a parlare delle sue convinzioni religiose, si è prodotto in una tirata contro il diritto delle donne a scegliere in tema di aborto.
Parlava, allora come ieri, alla base evangelica che non ha mai digerito l'ambiguità di Trump, ex difensore di quel diritto, e rappresentante di quella corruzione morale della cultura newyorkese, che anche l'altro messianico di questa campagna repubblicana, Ted Cruz, aveva individuato in lui, e che aveva cercato di attaccare con scarso successo.

IL RIBALTAMENTO IMPOSSIBILE
È facile immaginare come un eventuale ribaltamento al vertice della candidatura con Pence che diventa il capofila, improbabile e forse impossibile, riaprirebbe ai repubblicani una fascia di consenso che si è andata assottigliando nel corso degli ultimi mesi, e che rischia ora di precipitare in seguito allo scandalo del video appena apparso.
Di Pence si era infatti iniziato a parlare già la sera di mercoledì come il probabile candidato per le elezioni del 2020, qualunque sia l'esito di quelle in corso, e questa designazione non ufficiale giustifica l'imbarazzo e la cautela che da quel giorno l'aspirante alla vice presidenza ha iniziato a mostrare nei confronti dell'attuale capocordata, nonostante l'apprezzamento che Trump continua a mostrargli, e forse proprio in risposta a tale entusiastico abbraccio.

SALVATORE DELL'ULTIMA ORA
La pressione delle ultime ore del partito per una rinuncia di Trump che apra la porta al salvatore dell'ultima ora sta raggiungendo il picco dell'intensità, in una corsa che rischia di essere strangolata nell'affanno e nel veleno.
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