E Teheran si prepara a riaprire le centrali

Mercoled├Č 25 Aprile 2018 di Pierluigi Franco
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Teheran non si scompone troppo e attende il fatidico 12 maggio. E’ quella la data fissata da Donald Trump entro la quale ha chiesto ai firmatari europei di “risolvere i terribili difetti” dell’accordo sul nucleare iraniano o di abbandonarlo.

Per i vertici iraniani l’uscita degli Usa dall’accordo significherebbe liberare l’Iran da ogni obbligo, con l’effetto immediato di tornare all’arricchimento dell’uranio oltre la soglia del 5% stabilita dall’accordo. Anzi, come ha affermato con decisione il direttore dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica (Aeoi), Ali Akbar Salehi, l’Iran è in grado di riprendere l’arricchimento dell’uranio al livello del 20% in soli quattro giorni. Il sito nel quale ciò sarebbe possibile è l’impianto nucleare di Fordo, nella regione di Qom, a circa 200 km a sud di Teheran.

Ma la priorità dell’Iran è senz’altro quella di preservare l’accordo sul nucleare. Preservare sì, ma non a qualunque prezzo, come ha ribadito negli ultimi due giorni il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif. «Se gli Stati Uniti si ritirassero, l’implicazione immediata sarebbe quella di liberare l’Iran dall’obbligo di rimanere nell’accordo», ha detto Zarif rimarcando che l’amministrazione Trump «non ha realmente fatto parte dell’accordo e ha violato quasi tutti gli impegni assunti dagli Stati Uniti».

Un’altra voce importante, quella del segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran Ali Shamkhani, ha poi prospettato un’altra opzione in caso di uscita degli Usa dall’accordo, cioè la possibilità che Teheran posa decidere addirittura di lasciare il Trattato di non proliferazione nucleare.

Sembrano dunque lontani i tempi in cui il mondo occidentale plaudeva soddisfatto all’accordo sul nucleare con l’Iran. 

Un accordo che aveva permesso di allentare le tensioni, dopo l’arrivo al vertice iraniano del riformista moderato Hassan Rohani e al conseguente “accantonamento” dell’ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad. Anche l’Italia aveva esultato, ospitando Rohani a Roma e ricambiando con Renzi a Teheran, primo leader occidentale a visitare l’Iran dopo l’accordo. Il tutto all’insegna della firma di intese economiche importanti.

Ma con l’Italia aveva esultato anche la Francia, uno dei sei firmatari, che in Iran ha grandi interessi commerciali con Total a fare da capofila. E poi La Germania e tutta l’Ue, che hanno storicamente un forte legame con la terra di Persia.

A distanza di appena due anni (l’accordo è entrato in vigore nel gennaio 2016) il clima distensivo sembra però essere cambiato. A rimettere tutto in discussione è stato appunto, dal primo momento del suo insediamento sedici mesi fa, il vulcanico Trump che anche ieri, incontrando il presidente francese Emmanuel Macron, ha ribadito che quello sul nucleare «E’ un disastro, un accordo terribile che non avrebbe mai dovuto essere fatto».
Ovviamente più pacato, Macron ritiene invece che l’accordo richiede riflessione e «va visto nell’ambito di una questione più ampia come la stabilità della regione mediorientale». Nei prossimi giorni sarà a Washington Angela Merkel, anche lei sostenitrice dell’importanza dell’accordo. E anche lei dovrà tentare di convincere il Tycoon.
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