Noi e le catastrofi/ La bella lezione della generosità e dell’orgoglio

di Paolo Graldi
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Sabato 21 Gennaio 2017, 00:21 - Ultimo aggiornamento: 15:32

Il lampo della speranza ha illuminato d’improvviso, era quasi buio, quella scena che pareva nascondere, trattenere tutti in una gigantesca bara di ghiaccio. Inaccessibile, impenetrabile.
Fino a quel momento, in una telecronaca che attanagliava il Paese e che s’ingigantiva all’infinito nutrendosi di angoscia disperante, conduttori e testimoni da cento studi sempre accesi alternavano le parole “vittime” del disastro a quelle sulla sempre più flebile speranza di raggiungere i “sopravvissuti”.
In pochi pronunciavano la parola “superstiti”, taciuta quasi per scaramanzia ma anche per non alimentare speranze considerate ormai spente. Ha avuto ragione chi ha segnato e rappresentato con pertinacia e convinzione la visione dei fatti, avvolti in un incubo infinito, con la speranza di ritrovare prigioniere, sepolte ma vive quelle “vittime”.
La valanga sull’albergo Rigopiano di Farindola, assieme ai lutti dal peso squassante, è stata aggredita e vinta da squadre di uomini che quasi a mani nude per due giorni, e ancora adesso, senza sosta, scavano tra neve, ghiaccio e detriti fino a raggiungere il ventre di quel mostro che era un tempio del relax e che ora pareva inespugnabile. E hanno vinto contro il muro di un ambiente ostile, nel freddo, schiacciati dalla fatica e tuttavia determinati a sfondare quelle barriere, invincibili nella convinzione che qualcuno, là sotto, avesse ancora il respiro, il palpito vivo del cuore.
Emozionante vedere dall’alto quelle giubbe rosse e verde oliva, i caschi colorati come teste di formiche, degli uomini della Protezione Civile e dei Vigili del fuoco afferrare le pale a manico corto come per sgretolare, colpo su colpo, un gigante marmoreo. Tutto il Paese, col passare delle ore, nel crescere della trepidazione e nell’affievolirsi delle speranze, dentro l’incubo dell’alternarsi del giorno e della notte, ha respirato, anzi ha trattenuto il respiro, di fronte a uno sforzo titanico di pochi, infaticabili uomini.

La gioia, l’esultanza controllata nei brevi gesti affettuosi, è esplosa quando è emerso da quel buco circondato dalla neve sporca il volto di Gianfilippo Parete, un bambino confuso e incredulo, il primo a ritrovare la luce e a riaccendere la forza della speranza. Tutto in diretta, anche il volto segnato e felice della madre Adriana, anche lei viva, salva, sorridente.
Torna alla mente l’indimenticata storia fatalmente tragica di Alfredino Rampi, 13 giugno 1981: il ragazzino inghiottito in un pozzo a Vermicino che per tre giorni e tre notti cercarono di salvare, col presidente Sandro Pertini accorso nella notte dal Quirinale, alla luce gelida delle fotoelettriche trasmessa in bianco e nero, a dare sostegno morale a quell’impresa che stava per rivelarsi disperata. Tanta generosità dei soccorritori, di chi accettò di calarsi in quel pozzo per afferrare il piccolo sospeso e ansimante, col suo respiro sempre più debole amplificato dai microfoni si spese all’alba di un tragico giorno di giugno.

In quelle ore tremende, inutilmente generose, nacque la prima idea di Protezione Civile, l’idea che occorresse aggiungere all’esistente, pochi mezzi e molto animo in verità, una struttura capace di rapidità di interventi, ovunque sul territorio, punteggiato allora come oggi da eventi drammatici ai quali bisognava opporre strutture e organizzazione, uomini e mezzi adeguati. La morte del piccolo fu accompagnata da polemiche durissime perché si sfiorò la salvezza senza riuscire a strappare quel corpicino dalle viscere della terra. Un lutto, Alfredino figlio del paese. Polemiche che s’affacciano puntuali ogni volta che la cronaca offre uno spunto. Dunque, quasi ogni giorno.
Polemiche sensate e misurate, qualche volta; ma anche sgangherate, dilettantesche, intrise di odio dialettico, dove si profitta di una maledetta circostanza per scatenare gli istinti della più bassa propaganda. La storia di Rigopiano, il terremoto che torna a squassare la crosta terrestre, la sequenza di scosse ravvicinate e terribili, la nevicata imponente, la slavina micidiale che trascina con sé mezza montagna, la difficoltà oggettiva dei soccorsi ma anche le terribili lacune nella rete della protezione attiva e coordinata tra enti e cittadini, hanno riacceso il peggio nel confronto anche sul piano politico. Quasi che il dramma di questi giorni, coi suoi nuovi lutti e il dolore acutissimo della morsa del gelo che resiste e diviene marmo distribuissero argomenti per regolare vecchi conti sempre in sospeso. Lo slogan è: io l’avevo detto. E qualche volta è vero. È l’uso della verità che manca, semmai.
Si è riscoperta un’Italia che non sa distinguere i tempi della realtà e delle risposte adeguate con quelli della diretta tv, la piazza mediatica, che ha bisogno di urgenze e di aggiornamenti non sulla realtà stessa ma in tempo reale. Lo stesso vale sul fronte della cronaca nera, il delitto del giorno, dove si vuol far coincidere il colpo mortale con la sentenza, la scoperta del cadavere con quella del reo. Un vezzo che è diventato un vizio, tutto mediatico: solo il miracolo laico del salvataggio di almeno una parte degli ospiti dell’albergo ci riconcilia con il bisogno di analisi lucide, là dove il cuore nel ghiaccio sa battere ancora. E ci infonde fiducia.

Ma è anche vero, e fa male doverlo ammettere, che è proprio davanti a prove così dure, quando l’attenzione si fa giustamente severa, che vengono in primo piano disfunzioni e ritardi, promesse non mantenute, disagi non risolti, apparati che esistono ma non agiscono. I soccorsi chiamati al primo allarme dai superstiti, si sono mossi con ritardo, dopo mille insistenze e superando facilonerie e incredulità. All’albergo Rigopiano era tutto a posto per una centralinista che andrà individuata e invece erano già tutti sepolti. 
La lezione tante volte recitata da uomini come Enzo Boschi, prevenire e organizzare, fare dei rischi una cultura per fronteggiarli scientificamente, resta purtroppo quasi lettera morta. Accanto a generose professionalità e a atti di coraggio che si iscrivono nell’album dell’orgoglio nazionale assistiamo a cadute e dimenticanze che gridano al furore. Ce le raccontano i sindaci che vivono la realtà del giorno per giorno quando le voci delle promesse se ne sono tornate ai loro uffici.
La sobrietà del fare e l’assenza di un facile declamare possono rappresentare la prima lezione dei giorni che stiamo vivendo. A ciascuno le sue colpe, a ciascuno i suoi meriti. 
A tempo debito.
 

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