«È in fin di vita», ma il boss Sandokan sta bene e riappare in Tribunale

Giovedì 12 Luglio 2018 di Mary Liguori
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Non sta peggio di come lo si è visto altre volte, collegato in videoconferenza con la Corte d’Assise di Napoli, il boss Francesco Schiavone, detto «Sandokan», era stato dato per «malato terminale» nei giorni scorsi. La presenza al processo che lo vede imputato per un omicidio del 1996, ieri mattina, ha smentito le voci che si rincorrono da settimane circa le sue presunte precarie condizioni di salute. Lo stesso avvocato del capoclan, il penalista Mauro Valentino, ha peraltro smentito e, d’altro canto, l’assenza di istanze particolari di revoca del 41bis cui Schiavone è sottoposto ininterrottamente da due decenni, contraddicono l’ipotetico stato di indisposizione del casalese.

Da fonti ufficiali si è appreso che Schiavone si è sottoposto ad accertamenti di routine, nei mesi scorsi. Visite mediche che qualcuno, dal carcere di Parma dove sta scontando una dozzina di ergastoli, deve aver male interpretato e riferito al di fuori delle mura del penitenziario. È così partito un tam tam giunto fino alle orecchie della stampa locale che, quella notizia, l’ha poi enfatizzata e divulgata.

Come detto, ieri mattina, Schiavone è stato collegato in videoconferenza con la Corte d’Assise di Napoli dove è unico imputato per l’omicidio di Vincenzo Martino, detto «bicchierone», assassinato negli anni 90. Le altre persone accusate del delitto sono già state processate con rito abbreviato. Il boss ha invece scelto il processo ordinario dal momento che per lui non ci fu, quando la Dda ricostruì l’omicidio, in tempi molto recenti, neanche ordinanza di custodia cautelare. La prossima udienza è stata fissata per il mese di ottobre. La pubblica accusa è rappresentata in aula dal sostituto procuratore Antimafia Vincenzo Ranieri.

Già condannato a dodici ergastoli, il boss Schiavone, nato nel 1954, si trova nell’area riservata del settore carcerario destinato ai detenuti al 41bis. Si tratta di un regime detentivo ancor più restrittivo del carcere duro che prevede la presenza nella cella del detenuto delle telecamere a infrarossi per 24 ore al giorno. Sandokan può usufruire di due ore di «svago», una per il passeggio e l’altra di socialità con un altro detenuto ristretto nelle stesse condizioni. Le modalità particolarmente restrittive applicate a questo genere di detenuti spingono spesso anche i camorristi più «irriducibili» a cedere e passare dalla parte dello Stato. La maggior parte dei pentimenti si è peraltro ottenuta proprio dopo la detenzione al carcere duro. Sebbene anche di recente a Schiavone sia stato proposto di diventare un collaboratore di giustizia, il boss sembra deciso a non cedere. Un profilo che lo avvicina per certi versi al più celebre e sanguinario capoclan camorrista, Raffaele Cutolo che, ormai ottantenne, è da decenni al carcere duro, ma non ha mai ceduto nonosante la nascita della figlia (in provetta) e la tentazione di trascorrere con i familiari almeno gli ultimi anni di vita.  Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 16:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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