«Asse Renzi-Macron-Di-Maio». Ira leghista: il governo rischia

Mercoledì 17 Luglio 2019 di Alberto Gentili
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ROMA «Quella non ci ha dato garanzie sul commissario, ci ha schifato, preso in giro chiedendoci il sostegno di nascosto e per di più i nostri voti non sarebbero determinanti. A questo punto votiamo no, non barattiamo le nostre idee per una poltrona». Poco prima delle sette di sera Matteo Salvini, al telefono, ordina il niet ai 28 eurodeputati leghisti chiamati a eleggere Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea.
Un no che spacca di netto la maggioranza del governo giallo-verde. Luigi Di Maio, uscito a pezzi dalle elezioni europee, risulta determinante con i suoi 14 eurodeputati nell'elezione della candidata tedesca. Salvini, vincitore il 26 maggio, si chiama fuori dalla maggioranza europea. E il premier Giuseppe Conte, irritato e deluso, avrà vita ancora più difficile nelle trattative in sede europea e per incassare un commissario alla Concorrenza targato Lega. Una mazzata alla candidatura di Giancarlo Giorgetti, per nulla entusiasta ad andare a sbattere contro «il cordone sanitario anti-sovranista». Quello che ha già tagliato fuori il Carroccio da presidenze e vicepresidenze delle commissioni dell'Europarlamento. Non a caso tra i leghisti c'è chi sospetta i 5Stelle di un colpo di mano: «Ora potrebbero rivendicate il commissario».
LA COPPIA
Ipotesi su cui il Carroccio già fa muro, rilanciando Giorgetti: «Resta il nostro nome». E affiancando la candidatura del sottosegretario a quella di Giulia Bongiorno. La von der Leyen pretende infatti da ogni Paese «il nome di un uomo e di una donna».
Di certo, c'è che Salvini non arretra e non dà spazio a eventuali candidature tecniche. Il capo leghista è determinato a sfidare Conte (che gli aveva chiesto in più occasioni di votare sì alla von der Leyen) e ad andare allo scontro Bruxelles: «Abbiamo vinto le elezioni con il 33%, il commissario tocca a noi e non può essere un Tremonti o un Siniscalco», dicono nell'entourage del leader, «perciò presenteremo ufficialmente il nostro candidato quando sarà il momento. E potete star certi che non compirà abiure, non benedirà l'asse franco-tedesco, pur di avere il via libera dalla commissione competente».
Ma c'è di più. C'è che il voto di Strasburgo inquieta il leader leghista. Da giorni, dopo l'esplosione del Russiagate, nel Carroccio si paventava il rischio di un governo formato da 5Stelle, Pd e Forza Italia. E ieri i tre partiti hanno votato insieme per la von der Leyen. Velenoso il commento di Salvini: «E' un asse nuovo e strano...». E i suoi: «E' gravissimo l'asse tra Renzi e 5Stelle in Europa. Passa l'asse Merkel, Macron, Renzi, Di Maio. Avrebbe potuto essere una svolta storica, invece solo la Lega è stata coerente nella difesa dell'interesse nazionale». E c'è chi giura di aver sentito Salvini, «ormai esasperato e stufo», parlare di elezioni nella prossima primavera, in concomitanza con il voto regionale.
Non è però solo Salvini a essere furioso. L'epilogo di Strasburgo va di traverso anche a Conte. Il premier preferisce non commentare la posizione leghista, anche se è palese il gelo e la sua irritazione: «Ogni forza politica è libera di declinare il concetto di interesse nazionale secondo la propria peculiare visione. Ovviamente la Lega si assumerà la responsabilità delle conseguenze che la sua decisione dovesse comportare», fanno filtrare da palazzo Chigi. Ancora, marcando ulteriormente la distanza da Salvini: «Il premier è sereno perché ha fatto tutto ciò che serviva per tutelare l'interesse dell'Italia. Ancora poco prima che si votasse, Conte ha avuto scambi con la von der Leyen ricevendo ampie rassicurazioni sul rispetto degli impegni assunti circa il riconoscimento all'Italia di un porfolio economico di rilievo, in particolare quello della Concorrenza».
Eppure, ancora un paio d'ore prima del voto, Salvini non escludeva di votare sì. Perché sostenere la presidente della Commissione avrebbe permesso alla Lega di stare pienamente in partita per il commissario europeo. E perché, entrare in maggioranza, non l'avrebbe condannata alla marginalità in tutte le sedi Ue.
In pochi minuti erano arrivate ben due prove di questa disponibilità. La prima: Salvini aveva voluto cogliere aperture nel discorso della von der Leyen, nonostante che la candidata avesse fatto uno speach orientato a prendere i voti dei socialisti e dei liberali. «Ha fatto delle dichiarazioni interessanti sulla lotta all'immigrazione clandestina», aveva detto il leader del Carroccio. La seconda prova: l'eurodeputato leghista Marco Zanni, capogruppo di Identità e democrazia, aveva detto che non sarebbe stato un problema differenziarsi dagli altri sovranisti: «Noi siamo al governo, loro no. E dunque noi abbiamo diritto a un commissario...».
LA MOSSA INUTILE
In più, per tenersi le mani libere, Zanni aveva lasciato al tedesco Jeorge Meuthen dell'Afd il compito di bocciare la von der Leyen. La candidata alla presidenza della Commissione, per tenersi stretti i voti liberali e socialisti, aveva però risposto in modo eccessivamente urticante: «Sono sollevata e contenta di non avere il vostro sostegno, per me è un premio».
Non sono state però queste parole a spingere Salvini a ordinare il no. La vera ragione sta nel fatto che il leader leghista, informato da Zanni che la von der Leyen aveva ottenuto il sostegno certo di socialisti, liberali e M5S e dunque aveva in tasca una maggioranza sicura, ha stabilito che votare per la candidata tedesca sarebbe stata «un sacrificio inutile»: «Spacchiamo il gruppo sovranista di cui siamo i leader per essere marginali e non indispensabili?! Non è un'ideona...».
Non solo. A mandare su tutte le furie Salvini è stato l'atteggiamento della von der Leyen: prima aveva dato appuntamento a Zanni per lunedì, poi su pressing dei socialisti («scegli tra noi o i sovranisti») l'ha cancellato. Infine ieri la candidata tedesca ha continuato a trattare a livello di staff fino all'ultimo, ma senza metterci la faccia. E soprattutto «senza offrire alcuna garanzia» sul portafoglio che dovrà spettare all'Italia: «Se volete votatemi, ma non faccio scambi. In ogni caso voglio una rosa di due nomi, uno dovrà essere di donna...», il messaggio fatto recapitare alla Lega. Della serie: Giorgetti è in forse. Troppo per Salvini.
Alberto Gentili
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