Zingaretti boccia Renzi, lui accelera la scissione e prepara "Azione civile"

Lunedì 12 Agosto 2019 di Simone Canettieri
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ROMA Una partita di tennis. Il segretario Nicola Zingaretti da una parte, l'ex premier Matteo Renzi dall'altra. Al centro - come se fosse la rete o la linea di demarcazione di questo match - c'è Dario Franceschini. Così si scontrano tre diverse opzioni-soluzioni sulla crisi. E soprattutto sul rapporto da tenere con il M5S. Il segretario continua a vedere solo il voto e boccia la proposta Renzi di un governo istituzionale che possa mettere a riparo i conti e sterilizzare l'Iva. «Una proposta indecente», la bollano gli uomini di Zingaretti. Che però all'interno della sua maggioranza ha a che fare anche con la tela di Dario Franceschini al lavoro per un esecutivo che duri e che sia da argine all'avanzata della destra. Ecco perché Zingaretti per non finire in minoranza anche nel partito - vista la composizione renziana dei gruppi - non chiude la porta a un governo di legislatura fino al 2023, in grado quindi di eleggere anche il Presidente della Repubblica. Ci crede poco e niente. Ma si rimette nelle mani di Mattarella. «Nicola ascolterà, com'è ovvio che sia il Presidente e poi trarrà le dovute conseguenze». Il problema in questa fase nel Pd sono le mosse di Matteo Renzi. L'ex premier è pronto a una scissione dei gruppi parlamentari per conseguire il risultato: la creazione di un nuovo governo. I numeri che in queste ore fanno girare i renziani sono poderosi: «Al Senato i 3/4 del gruppo, alla Camera più o meno la metà». Ovvero una quarantina di voti a Palazzo Madama e più di sessanta a Montecitorio. In questo calcolo, però c'è anche la componente di Franceschini che Zingaretti sta cercando di staccare da quella di Renzi.

I FRONTI
«Non possiamo fuggire dalla battaglia che ci aspetta. Scappare, posticipandola di qualche mese, peggiorerebbe solo le cose. Salvini è forte perché noi siamo deboli, divisi e impauriti». Dalla parte di Zingaretti c'è Carlo Calenda, neo europarlamentare. E anche l'altro ex premier Paolo Gentiloni è per il voto subito. «Ci aspettano prove difficili. Quando il gioco si fa duro i duri smettono di litigare», è l'invito pacificatore di Gentiloni. Sul fronte dei dubbiosi sulle urne subito ci sono anche i due padri nobili Walter Veltroni e Romano Prodi. Per il Pd è un passaggio complicato: il rischio implosione o meglio scissione è dietro l'angolo. Nel caso di una fuoriuscita dei renziani è chiaro a tutti che questo sarebbe il primo passo per una creatura da battezzare alla prossima Leopolda, anticipata alla bisogna a metà settembre. L'unico modo al momento che ha Zingaretti per tenere unito un partito che va in ordine sparso e aprire - seppur tra mille dubbi - a un governo che non sia a tempo. Ma semmai solo con la garanzia del Colle. Su questo fronte si ritrovano appunto in molti.
C'è la regia di Franceschini, la spinta del capogruppo alla Camera Graziano Delrio, il sì dell'ex presidente dem Matteo Orfini (purché si concordi un programma che includa anche temi come la cancellazione dei decreti sicurezza di Salvini), ma anche di zingarettiani come Roberto Morassut (che rimane comunque vicino anche a Veltroni), che dice no alla soluzione «asfittica e mortale» per il Pd di un «governo istituzionale», ma apre a un «governo istituzionale vero di risanamento e riforme non a tempo». Una linea che trova d'accordo anche Goffredo Bettini, king maker della sinistra romana: «Se deve essere sarà un'operazione di lungo respiro con il M5S oppure subito il voto».

LA CONTA
In questo momento l'unica certezza è lo scontro in atto tra «Nicola» e «Matteo». I due, per la cronaca, non si parlano da due mesi e nemmeno si citano per tutta la giornata nella guerra di veline e comunicati che escono dai rispettivi staff. Il segretario non vuole dare pretesti all'ex rottamatore per andarsene. «Se usasse l'accordo con il M5S la cosa si commenterebbe da sola». Renzi, che ha anche chiamato alcuni senatori di Forza Italia, allo stesso tempo, sa che questa - al di là della motivazione - è la partita della sua vita politica. Lunedì prossimo è in programma una direzione che potrebbe essere fondamentale. Zingaretti, per vocazione un mediatore che non ama gli acuti, prova l'operazione unità. Sapendo che il M5S non riuscirebbe mai a reggere un governo a lunga gittata fino al 2023. Nel frattempo, è battaglia di posizione. Tra accordi interni e scissioni all'orizzzonte. Circola già il nome della nuova formazione renziana: Azione Civile.

  Ultimo aggiornamento: 10:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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