MATTARELLA

Governo a rischio paralisi, il Colle teme l'escalation

Domenica 24 Marzo 2019 di Alberto Gentili
Governo a rischio paralisi, il Colle teme l'escalation
PALERMO Nessun commento filtra dal Quirinale. Ma ora che Xi Jinping ha lasciato Roma per fare tappa in Sicilia prima di volare in Francia dal nemico Emmanuel Macron, Sergio Mattarella osserva attonito la lite continua in cui è precipitato il governo giallo-verde. Una zuffa che si farà sempre più furiosa da qui al voto europeo del 26 maggio, rischiando di portare palazzo Chigi alla paralisi. Una bulimia elettorale che ha in parte appannato il deciso upgrading dei rapporti politici ed economici con Pechino, come dimostra la reazione stizzita di Parigi e Bruxelles. «Roba da 20 miliardi», ha celebrato Luigi Di Maio.

LE TENSIONI
Anche ieri, dopo aver disertato clamorosamente la cena di gala di venerdì al Quirinale preferendo restare in Basilicata a fare comizi, il leader 5Stelle e Matteo Salvini hanno litigato. E proprio sulla Cina. Con il capo leghista che è tornato a mostrare tutte le sue perplessità su un accordo osteggiato fin dall'inizio, in ossequio ai nuovi rapporti con Washington imbastiti dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti. E con il grillino che ha risposto: «Salvini ha il diritto di parlare, io ho il dovere di fare». Come dire: io lavoro, quello invece polemizza. Tant'è, che poco dopo il capo della Lega per la prima volta ha usato il condizionale riguardo al destino del governo. Prima diceva: «Durerà 5 anni. Sicuro». Adesso afferma, libero finalmente dal voto sull'immunità per il caso Diciotti: «Se dipende da me dura 5 anni».

In questa situazione, Mattarella si è trovato e si troverà fin quando non si calmeranno le acque elettorali in un ruolo di supplenza. E ha dovuto dar vita a una sorta di diplomazia di necessità, diventando il vero interlocutore di Xi. E' stato il Capo dello Stato a spiegare al presidente cinese - e di riflesso agli alleati occidentali che la firma del Memorandum per la Nuova via della seta non sposta di una virgola la posizione euro-atlantica dell'Italia, l'unico Paese del G7 ad aver siglato un patto di questa portata con Pechino. E' stato sempre Mattarella ha chiedere «reciprocità, parità di condizioni» per evitare il rischio di un atteggiamento predatorio da parte del Dragone. Insomma, è toccato a lui fissare quei paletti indispensabili quando si va a stringere un patto con un «rivale sistemico», per usare una definizione del Consiglio europeo di venerdì. Una perimetrazione, indispensabile per superare i sospetti di Donald Trump di «tradimento» che, c'è da giurarci, Mattarella compirà anche a fine giugno quando riceverà a Roma il presidente russo, Vladimir Putin.

Il Presidente, vista la sua indole e il suo rispetto per la distinzione dei ruoli, avrebbe fatto volentieri a meno di questo protagonismo. Si è però trovato di fronte a un'escalation di improvvisazione e confusione. Di Maio era corso a scrivere decine di dossier con dentro perfino il 5G, la rete superveloce considerata dagli Usa il grimaldello usato dai cinesi per accedere ai dati sensibili dell'Alleanza atlantica. Conte aveva spalleggiato il grillino. Ma Salvini, che a giudizio dei 5Stelle lavora segretamente a un suo governo con la benedizione di Washington, era arrivato a minacciare la crisi in quanto l'intesa con Xi Jinping avrebbe penalizzato gli interessi dell'Italia e messo a rischio la sicurezza nazionale. Partita che si è chiusa con il potenziamento del golden power, in modo di «tagliare le unghie ai cinesi di Huawei», per usare la definizione di un ministro leghista. In tutto questo l'Italia si è trovata sotto attacco di Bruxelles e di Macron. Ma più che una fuga in avanti, come ha accusato il presidente francese, quella di Roma è stata un'operazione da apripista. Altrimenti Mattarella non ci avrebbe messo la faccia. La risposta di Parigi è stata lo sgarbo di tagliare fuori Conte dal vertice con Xi di martedì in cui sono stati invitati la Merkel e Juncker.
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