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Governo, la tregua alla prova dell'aula: scontro sui fondi all'editoria

Governo, la tregua alla prova dell'aula: scontro sui fondi all'editoria
di Alberto Gentili
4 Minuti di Lettura
Giovedì 31 Ottobre 2019, 08:46 - Ultimo aggiornamento: 10:51


ROMA La pax umbra è durata poco. Ma, rispetto ai giorni precedenti alla mega-batosta subita domenica, la coalizione rosso-gialla è riescita a dare il via libera alla manovra con un solo scontro, anche se duro, sui finanziamenti all'editoria e a Radio Radicale. Per il resto, Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri per evitare nuove crisi di nervi, hanno dato ragione a Luigi Di Maio. Così passa, a sorpresa, la linea del leader 5Stelle di non toccare nulla, ma proprio nulla, dell'attuale regime forfettario per le partite Iva fino a 65 mila euro. Compresi i 20 mila euro annui per i beni strumentali.

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Nessuno, però, ha soffiato sul fuoco. Al termine del vertice tutti i leader hanno rassicurato in coro: «E' andata bene, se non fosse per la questione di Radio Radicale il summit sarebbe filato tutto liscio come l'olio». E Conte, che aveva preso l'impegno di chiudere una volta per tutte il testo della legge di bilancio, in un tweet ha celebrato: «Ci sono meno tasse, meno burocrazia, meno evasione fiscale».
Anche se, pure qui a sorpresa, è sparito l'obbligo di pagare con carte di credito le spese sanitarie per ottenere le detrazioni. Per evitare «agli anziani» di ricorrere alla moneta elettronica, anche il ministro della Salute Roberto Speranza si è però schierato a fianco di Di Maio e di Teresa Bellanova: l'asse grillini-Italia Viva infastidito dal giro di vite imposto dal premier e dal ministro dell'Economia, Gualtieri, contro l'evasione fiscale di medici, commercianti, professionisti, artigiani.

Visto il «nuovo clima», considerata la voglia di evitare di apparire rissosi dopo la debacle in Umbria e soprattutto valutato il rischio di precipitare verso le elezioni anticipate (opzione che il segretario dem Nicola Zingaretti non scarta più), anche su altri capitoli sensibili il summit è scivolato via senza troppi sussulti.
Emblematico il caso delle partite Iva. Un'ora prima dell'inizio della riunione, il viceministro dem all'Economia Antonio Misiani aveva messo a verbale: «E' in corso una discussione sulla spesa per il personale e l'acquisto di beni strumentali. Vediamo se si trovano spazi per alleggerirli». Poi, durante il summit, ogni ostacolo è stato superato. Conte e Gualtieri hanno dato disco verde alla richieste di Di Maio. E il leader grillino ha potuto festeggiare, ma senza forzare troppo la mano.

Poi, per coprire i buchi di bilancio creati da queste aperture ai 5Stelle, è spuntato un giro di vite sulle concessioni autostradale (altra bandiera grillina), un aggravio sulle bollette e una stretta sulle auto aziendali.
Difficile però credere che l'intesa di maggioranza siglata a palazzo Chigi possa salvare la legge di bilancio dal solito assalto. Italia Viva promette emendamenti contro la sugar tax e Quota 100. Lo stesso Di Maio: «La miglioreremo in Parlamento». E i singoli senatori e deputati si stanno già attrezzando. Non a caso Conte ha dovuto rinunciare allo schema di due sole letture tra Camera e Senato. Come di consueto si andrà alla tripla votazione: prima il sì del Senato, poi quello della Camera e infine il ritorno a palazzo Madama. Questo per permettere ai deputati di provare a far passare qualche ritocco.

SCONTRO E TIME-OUT
Molto duro, invece, lo scontro sulla convenzione per Radio Radicale. Di Maio è andato giù pesante: «Volete dare all'emittente 8 milioni all'anno per tre anni? Io dico che è sbagliato. Radio Radicale ha già incassato 250 milioni di fondi pubblici, questi soldi diamoli piuttosto ai terremotati». Contro il leader grillino si sono schierati Dario Franceschini, la Bellanova e Speranza. Il senso: «Smettila di fare demagogia, la Radio svolge un servizio pubblico e va tutelata». Conclusione: Conte è stato obbligato a chiedere un time-out di un'ora con la scusa che alla Camera si votata la fiducia. Quando alle sette di sera è ripreso il vertice, il leader grillino ha alzato il tiro. Oltre a chiedere lo stop alla convenzione con Radio radicale, ha cercato di cancellare i fondi all'editoria: «Tanto non garantisce la libertà di stampa, ma fa un'informazione faziosa». Qui Franceschini, Speranza e Italia Viva, sostenuti dal sottosegretario Andrea Martella, hanno alzato un muro. E' finita con la conferma dei fondi all'editoria e con un compromesso per Radio Radicale: restano gli 8 milioni per il 2020, poi ad aprile ci sarà una gara per il servizio radiofonico delle sedute parlamentari. Di Maio si è venduto l'intesa come un successo: «E' finita la mangiatoia».

 

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