Draghi alla Lega: «Governo di unità nazionale, non bisogna farsi i dispetti». Il Carroccio: «Non è una delega in bianco»

Draghi alla Lega: «Governo di unità nazionale, non bisogna farsi i dispetti». Il Carroccio: «Non è una delega in bianco»
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Giovedì 15 Aprile 2021, 21:09 - Ultimo aggiornamento: 16 Aprile, 09:56

Cerca «unità», Mario Draghi. Avvia con M5s e Lega gli incontri con tutti i gruppi parlamentari sul Recovery plan, in vista del varo del piano da 191 miliardi da inviare a Bruxelles entro il 30 ottobre. I partiti gli chiedono voce in capitolo, presentano proposte specifiche sui loro temi di bandiera, si presentano con rivendicazioni sulle aperture e sul prossimo decreto con i sostegni alle imprese. Il premier annota e promette ascolto, sottolinea la politica espansiva del governo e illustra le linee generali del piano.

Sottotraccia emergono però sempre più numerosi i malumori e gli attriti, dentro e fuori i partiti della maggioranza. Matteo Salvini non si presenta all'incontro con il premier e tornano a circolare voci di dissidi, smentiti con forza dalla Lega, con Giancarlo Giorgetti. Fonti del partito di via Bellerio rimarcano che non c'è nessun problema tra i due.

Più collegialità viene invocata dal Pd, che mostra di non gradire le sortite leghiste, a partire da quelle contro Roberto Speranza. «Siamo un governo di unità, bisogna restare uniti, non farsi dispetti o alimentare polemiche», dice Draghi ai leghisti. Il premier è alle prese con la maratona finale per il varo del piano «monstre» per spendere i fondi europei: Portogallo, Francia, Spagna e Grecia sono già pronti a presentare i loro progetti la prossima settimana e l'Italia deve fare in fretta, per non perdere «il turno» nell'assegnazione della prima tranche di fondi a luglio (fino a 27 miliardi, per il nostro Paese).

Ma i partiti e gli enti locali chiedono di poter dire la loro, anche con nuovi incontri sulla versione finale del testo, che dovrebbe essere in Consiglio dei ministri la prossima settimana e che il premier illustrerà alle Camere il 26 e 27 aprile: ci sono in ballo, come spiega il ministro Enrico Giovannini, 50 miliardi solo per le infrastrutture, con forte spinta al Sud. Il M5s a Palazzo Chigi sottolinea la necessità di non ridimensionare il Superbonus al 110% per le ristrutturazioni edilizie approvato dal governo Conte e anzi, chiede di prorogarlo al 2023. La Lega chiede di verificare che le filiere a cui andranno i fondi siano effettivamente presenti in Italia, per evitare che si aggiudichino gli appalti «aziende francesi o cinesi».

I leghisti chiedono anche con forza di rivedere il codice degli appalti, un tema che promette di far discutere i partiti con il M5s su una linea più rigorista. Anche se lo stesso Pd, con il sottosegretario Enzo Amendola sottolinea la necessità che il Piano nazionale di rilancio e resilienza sia accompagnato da norme di semplificazione che consentano di spendere effettivamente i soldi. Altro tema potenzialmente divisivo - ma potrebbe essere definito con un decreto solo a maggio - è quello della governance: tutti i ministri vogliono avere voce in capitolo e dunque dovrebbe prevalere l'idea di coinvolgerli a «rotazione», per temi di competenza. In parallelo con il varo del Recovery plan c'è la necessità di decidere come spendere i nuovi 40 miliardi di risorse in deficit che arrivano con il nuovo scostamento di bilancio. «Il nostro sostegno al Governo non è una delega in bianco», dicono i leghisti.

M5s chiede una spinta alle partite Iva, la Lega invoca nuovi criteri di assegnazione dei fondi, in base non più al fatturato ma agli utili, il Pd ricorda però la necessità di fare «presto». In un dibattito che si intreccia con quello dell'allentamento delle misure anti contagio: «Il miglior ristoro è riaprire, già lunedì, con le zone gialle», dicono i leghisti a poche ore dalla cabina di regia del governo per iniziare a discutere il cronoprogramma delle aperture. Anche Vito Crimi schiera il M5s sul fronte aperturista, che ormai include anche il Pd e il ministro Roberto Speranza, sia pur con grandissima prudenza. Su Speranza la Lega abbassa il suo pressing («Non vogliamo la sua testa ma che cambi politica») ma a surriscaldare l'atmosfera ci si mette Fratelli d'Italia, con l'annunciata mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro della Salute. «La leggeremo...», dicono i salviniani.

Ma per la Lega è a dir poco difficile sostenere l'iniziativa: fonti del centrosinistra la interpretano come un tentativo di Giorgia Meloni di mettere in difficoltà Salvini, dopo gli screzi sul Copasir. Secondo il tam tam dei corridoi di palazzo, nella Lega in queste ore l'atmosfera sarebbe appesantita da una diversità interna di vedute su come stare al governo, con il segretario su una linea più dura del suo capo delegazione Giorgetti. Da via Bellerio smentiscono qualsiasi tensione e anche ogni ipotesi di divergenza tra il segretario e Draghi: Salvini non è andato a Chigi perché doveva tornare a Milano per stare con i figli, spiegano. Ma gli alleati descrivono un clima sempre più nervoso in maggioranza: lo proverebbe la reazione veemente di Salvini all'incontro tra Enrico Letta e il fondatore di Open Arms.

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