Kerry Kennedy: «L'assassino di mio padre Bob non si è voluto pentire, giusto che resti in carcere»

La figlia del politico ucciso 54 anni fa: bene la decisione del governatore, non ha mai compreso il danno causato agli Usa

Kerry Kennedy: «L'assassino di mio padre Bob non si è voluto pentire, giusto che resti in carcere»
di Gabriele Santoro
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Sabato 15 Gennaio 2022, 07:18

Kerry Kennedy non nomina mai l'assassino del padre: non lo cita neanche una volta. Ma dell'uomo che sparò al senatore Robert Francis Kennedy si parla di nuovo. Perché il governatore della California ha deciso di negare la libertà vigilata a Sirhan Sirhan, il giordano di origine palestinese, che sparò al candidato che aveva appena vinto le primarie democratiche in California. Dall'omicidio dell'Hotel Ambassador di Los Angeles sono passati 54 anni e per l'assassino non è ancora il momento di uscire dalla cella. Kerry, la settima degli undici figli di Bob Kennedy ed Ethel, ha accolto con profondo sollievo la decisione di dire no alla libertà. Due dei suoi fratelli avevano dato parere favorevole, ma lei no.

Quale sentimento le ha suscitato la notizia?
«Siamo profondamente grati a al governatore Gavin Newsom per una scelta che contempla la giustizia».

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Perché?
«Il tempo trascorso non è una misura sufficiente alla riabilitazione. Il killer non ha mai compreso la gravità del suo crimine. Questo è il caso di un atto premeditato, dell'assassinio di matrice terroristica e politica di nostro padre, ucciso in mezzo ad altre persone. Mia madre, incinta di mia sorella minore, rischiò la stessa sorte».

Lei si sofferma spesso sulla premeditazione. Come mai?
«Ha scritto ripetutamente nel diario personale: Robert F. Kennedy deve morire. Lo accusava di sostenere Israele. Ha pianificato e realizzato l'attacco nel primo anniversario della Guerra dei sei giorni, cominciata il 5 giugno 1967. Accecato dall'odio per la questione arabo israeliana ha privato l'America di una scelta importante per la presidenza che ancora viene rimpianta».

Qual è il fondamento della vostra forte reazione alla precedente pronuncia del California Board of Parole Hearings, che aveva accettato la sedicesima istanza per la libertà vigilata?
«Credo nei diritti umani e mi sono sempre battuta, affinché fossero applicati alle persone private della libertà. La riabilitazione deve passare però da una trasformazione intima, assumendo le proprie responsabilità e mostrando rimorso. Bisogna avere coscienza dell'orrore che si è commesso e lavorarci per rielaborarlo. Ciò non è accaduto con lui».

Che cosa hanno lasciato quei colpi di pistola?
«Hanno inferto una ferita alla democrazia e deviato nel modo peggiore il corso della storia».
Perché ritiene che Sirhan si debba ancora considerare un pericolo per la sicurezza pubblica?
«Lui non ha compiuto questi passi. Non si è fatto carico del crimine compiuto. Il suo rimorso non è mai apparso credibile».

Lei dunque non vede nessuna possibilità?
«Non si è riabilitato e la sua liberazione sarebbe rischiosa per la società. In più ha cambiato innumerevoli volte e anche senza una motivazione chiara la propria versione dei fatti».

A oltre mezzo secolo di distanza dalla morte di Robert Kennedy ritiene che ci siano tutti gli elementi per definire nitidamente la storia del suo assassinio?
«Sì, sono abbastanza convinta di questo. Le circostanze e gli eventi mi sembrano abbastanza chiari. Mio padre aveva espresso una visione che tuttora si scontra con la realtà. Intendeva ricucire le divisioni che laceravano, e lacerano, il Paese, cercando innanzitutto di sradicare il razzismo. Non vedo fantasmi nella notte in cui è stato assassinato. La scena del delitto era piena di testimoni e non esistono dubbi sulla dinamica dell'omicidio».

 

L'America ha saputo elaborare il lutto?
«Penso che non ci siamo riusciti pienamente. La visione soprattutto di giustizia sociale è un cammino ancora da realizzare».

Lei è riuscita a bilanciare il dolore con il dovere pubblico della memoria?
«È ancora molto difficile».

Che cosa ricorda dell'Hotel Ambassador?
«Ho impresse le immagini dei volti della festa. Avevo otto anni. La mattina mi svegliai molto presto a causa del fuso orario e dentro la stanza dell'albergo guardavo Bugs Bunny, quando mi raccontarono l'accaduto. Tornando in Virginia con il feretro, ho pregato, affinché quel dolore non dovesse mai provarlo nessun altro bambino al mondo».

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