Il caso della bara dell'assassino di Jfk: in vendita la cassa che accolse le spoglie di Oswald

Il caso della bara dell'assassino di Jfk: in vendita la cassa che accolse le spoglie di Oswald
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Sabato 13 Dicembre 2014, 17:06 - Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre, 16:43

A poco più di un anno dalle celebrazioni per il 50° anniversario dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, torna a far parlare di sé l’autore dell’omicidio, Lee Harvey Oswald.

L’uomo che sparò sull’auto di JFK al passaggio del corteo presidenziale dalla finestra al sesto piano di una scuola di Dallas ha alimentato - tra commentatori e fan del complottismo - le più ingegnose fantasie: su di lui è stato detto letteralmente di tutto. Neanche dopo la sua morte, avvenuta due giorni dopo l’attentato del 22 novembre 1963, ha potuto prendere pace, e non solo metaforicamente: la bara che ha raccolto i suoi resti si trova al centro di una disputa giudiziaria, che vede coinvolto, tra gli altri, il fratello Robert, oggi 80enne.

Tutto comincia a poche ore dall’omicidio di Lee Harvey, ucciso nei sotterranei della stazione di polizia di Dallas dal proprietario di un nightclub. Il fratello Robert stacca un assegno da 710 dollari ad un’agenzia di pompe funebri per il disbrigo delle varie incombenze: l’abito scuro, la cerimonia, i fiori e la tumulazione. E una bara in legno di pino che oggi, a cinquant’anni da quei fatti, torna a far parlare di sé. La cerimonia nel cimitero di Fort Worth fu così scarna che ai giornalisti accorsi per documentarla fu chiesto di portare a spalla la bara con la salma dell’omicida di JFK.

Nel 1981 fu disposta la riesumazione del cadavere per sfatare le tante teorie su cospirazioni e complotti che si andavano alimentando, compresa quella secondo cui Lee Harvey Oswald fosse una spia al servizio dell’Unione sovietica. Confermata l’identità dell’uomo attraverso un test del DNA, i resti furono deposti in un’altra bara e seppelliti di nuovo, mentre l’originale, quella in legno di pino, venne lasciata in deposito nell’agenzia di pompe funebri Baumgardner di Fort Worth.

Oggi, un nuovo capitolo di questa storia che sembra non avere fine: la Baumgardner, dopo aver custodito per anni la bara, riesce a venderla nel corso di un’asta a Los Angeles per oltre 87mila dollari; il fratello di Lee Harvey, lo stesso che aveva staccato l’assegno per il suo funerale, venuto a sapere della transazione, si è attivato per bloccare tutto, definendo l’affare «macabro» in quanto quelle assi di legno deteriorato «non hanno valore storico».

Ma l’agenzia di pompe funebri è passata al contrattacco, difendendo il suo diritto a disporre della bara e contestando al signor Oswald la scelta fatta a suo tempo, di lasciarla cioè in deposito alla Baumgardner, rinunciando quindi ad ogni pretesa futura. Ne è nato, insomma, un vero processo, con tanto di audizioni e testimonianze, conclusosi martedì scorso. Il tribunale di Fort Worth non si pronuncerà prima di Natale.

Robert Oswald non ha partecipato alle udienze per motivi di salute ma ha comunque spiegato le ragioni della sua contrarietà alla vendita in un video mostrato in aula. Si è definito “legittimo proprietario” della bara, giudicando la vendita «di cattivo gusto» ed essendo convinto, tra l’altro, che la cassa fosse stata distrutta dopo l’esumazione. Non la pensa così il signor Baumgardner, titolare dell’agenzia di pompe funebri che ha custodito la cassa per 30 anni, da quando cioè fu riesumato il corpo di Lee Harvey Oswald. Siccome era in pessime condizioni e non avrebbe potuto essere riusata, il signor Baumgardner l’ha sistemata in un magazzino. Al processo ha difeso le sue legittime pretese sulla bara, in quanto nessuno si è mai rivolto a lui per reclamarla, e ha aggiunto che non può essere smontata perché è un “pezzo di storia”.

«Non vuole soldi e non vuole che finisca in un museo» ha dichiarato Gant Grimes, avvocato di Robert Oswald, «vuole solo che venga distrutta». Nel video proiettato in tribunale, tra le altre cose, il fratello dell’omicida del presidente Kennedy ha provato a convincere la corte con una tesi cristallina e lineare: «Non ho mai sentito di qualcuno che compra una bara usata».

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