Farage in testa ai sondaggi, ed è “guerra del frappé”: bevande lanciate contro gli euroscettici

Martedì 21 Maggio 2019
1
I sondaggi indicano Nigel Farage come il probabile trionfatore delle prossime elezioni europee, e adesso contro di lui sembra essere partita una forma di mobilitazione popolare davvero inedita. È la cosiddetta “guerra del frappè” ovvero, in inglese, del “milkshake”. In giro per la città di NewCastle, il ridanciano leader del Partito della Brexit questa volta non ha trovato soltanto la claque, ma anche un aggressivo oppositore: Paul Crowther, 32 anni, ha pensato bene di lanciargli addosso un appiccicoso frullato a base di latte, banana e caramello salato, appena acquistato in un vicino fastfood della catena Five Guys. «Non sapevo neppure che fosse qui, l'ho visto e ho pensato fosse la mia chance», ha rivendicato l'uomo, per nulla pentito, concedendosi in manette ai giornalisti subito dopo essere stato arrestato dalla polizia locale e rinfacciando al suo bersaglio di spargere «rabbia e razzismo» nel Regno. La bravata d'altronde non è nuova, tanto da spingere il progressista Guardian a evocare un'improbabile «resistenza del milkshake». 

Nelle settimane scorse era toccato a un altro euroscettico, Carl Benjamin, eurodeputato uscente dell'Ukip, l'ex partito di Farage; e soprattutto, due volte, al famigerato Tommy Robinson, candidato indipendente e marginale proveniente dall'ultradestra extraparlamentare inglese più estremista, che peraltro nel secondo caso non aveva esitato a farsi giustizia da solo prendendo a pugni il lanciatore e rompendogli il naso. Per evitare il tris, nel weekend la polizia scozzese aveva provveduto a diffidare alcuni McDonald's dal vendere la bevanda incriminata, durante una visita dello stesso Nigel Farage in Scozia. Ma a Newcastle sono stati meno previdenti e così l'immagine di Mr. Brexit con giacca e cravatta inzaccherate ha fatto rapidamente il giro del mondo. L'interessato ha perso l'aplomb solo per qualche minuto, rimbrottando i suoi gorilla. Poi, su Twitter, ha commentato: «Purtroppo alcuni pro Remain hanno radicalizzato lo scontro fino a rendere una normale campagna elettorale impossibile, in una democrazia civile chi perde deve accettare d'aver perso e chi non ha accettato il risultato del referendum (del 2016) ci ha condotti a questo».

La premier conservatrice Theresa May e qualche avversario europeista come il liberaldemocratico Tim Farrow si sono affrettati a condannare l'accaduto, al pari di «ogni atto d'intimidazione». Ma in fondo a Farage poco importa: gli ultimi sondaggi di YouGov e Opinum per le Europee danno il suo partito rispettivamente al 35% e al 34%: più dei due big, Tory e Labour, sommati.
  Né sembra poterlo azzoppare granché la polemica cavalcata dal Guardian e dall'impopolare ex premier Gordon Brown contro il timore delle interferenze di fantomatici «rubli russi o dollari americani» dietro le donazioni inferiori a 500 sterline che stanno fluendo a pioggia, via PayPal, nelle casse del Brexit Party. Denaro su cui la Commissione Elettorale ha promesso ora accertamenti, ma la cui provenienza anonima è lecita oltremanica per somme di questa entità, almeno così replicano Farage e i suoi giustificando i contributi in gran parte quale frutto di versamenti di massa da 30 euro scarsi l'uno fatti «in sterline da 110.000 sostenitori»: non senza denunciare i sospetti alla stregua di «calunnie disgustose», frutto di «complottismo» e «gelosia». Ultimo aggiornamento: 10:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA