Afghanistan, asse tra Draghi e Putin: al G20 l'allarme profughi

Afghanistan, asse tra Draghi e Putin: al G20 l'allarme profughi
di Marco Conti
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Venerdì 20 Agosto 2021, 06:44

La preoccupazione della catastrofe umanitaria e la necessità di assicurare un minimo di stabilità all'Afghanistan, è l'esile filo che lega Cina e Russia al resto dell'Occidente, Europa in testa. Con gli americani che hanno come unico obiettivo quello di completare al più presto l'uscita dal Paese, tocca all'Europa assumere l'iniziativa per evitare di subire le conseguenze di un massiccio esodo, complicatissimo da gestire anche sotto il profilo della sicurezza visto il rischio di infiltrazioni terroristiche.

LE ETNIE

Il problema umanitario è l'argomento che il presidente del Consiglio Mario Draghi affronta per primo con il presidente russo Vladimir Putin nel corso di un colloquio telefonico che rimanda ad un più che probabile vertice straordinario del G20. Putin e Draghi - raccontano i russi al termine del colloquio - si sono espressi in favore del «consolidamento degli sforzi internazionali, in particolare nel quadro del G20 che l'Italia presiede, per contribuire a stabilire la pace e la stabilità in Afghanistan».

Il tentativo è quello di spingere i talebani ad una soluzione politica quanto più possibile inclusiva, vista anche l'impossibilità di gestire il Paese da Kabul perché le trentaquattro province in cui è diviso, sono controllate da differenti etnie e tribù. Draghi ha avuto ieri anche un colloquio con il presidente francese Manuel Macron che a sua volta ha parlato anche con Putin che oggi a Mosca riceverà la Cancelliera tedesca Angela Merkel, mentre giovedì prossimo sarà a Roma il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov per incontrare Mario Draghi e Luigi Di Maio.

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L'intreccio di telefonate tra le capitali europee inizia ad allargarsi agli altri attori della vicenda afghana. Mosca e Pechino sono gli unici due Paesi che hanno lasciato aperte le ambasciate a Kabul. La Cina ha già riconosciuto il governo talebano e la Russia potrebbe fare presto altrettanto. In Europa il primo a fare sfoggio di realismo, sostenendo l'esigenza di un dialogo con i talebani, è stato l'alto rappresentante della politica estera Ue. Josep Borrell è stato però subito subissato di critiche anche se ha precisato che «parlare con i talebani non significa riconoscerli». In Italia stessa sorte è accaduta a Giuseppe Conte quando ha sostenuto che «serve un dialogo serrato con i talebani, che hanno un atteggiamento distensivo: incalzarli sul rispetto dei diritti umani». Draghi, nella sua unica uscita pubblica di qualche giorno fa, non è entrato nel merito dei rapporti con il nuovo governo afghano anche perché a Kabul continuano a parlare le armi.

È però realistico pensare che sarà difficile non interloquire con le autorità del Paese - ammesso che i talebani riescano ad averne il controllo - se si vuole esercitare una pressione politica ed economica per ottenere il rispetto dei diritti fondamentali soprattutto delle donne. E' più o meno ciò che sostiene il ministro degli Esteri Luigi Di Maio quando dice che «vanno giudicati dai fatti» e non dalle parole pronunciate anche nella recente conferenza stampa. Analogo concetto arriva anche da Washington quando l'amministrazione Biden dice: «I talebani decidano se vogliono il riconoscimento». Mostrarsi con minori preconcetti si fronte alla comunità internazionale serve a sfidare gli stessi talebani alla prova del governo perché conquistare Kabul è facile, molto meno governare il Paese.

 

Per la prossima settimana il primo ministro inglese Boris Johnson, presidente di turno del G7, ha promesso una convocazione straordinaria - da remoto - del consesso. Il tentativo di allargare il format, includendo Paesi importanti come Cina, Russia e Turchia, non sembra però decollare e nel comunicato diffuso dai russi dopo il colloquio con Draghi si parla solo del G20. Anche se il G7 sarà importante per capire che impegni hanno preso gli Usa a Doha con i talebani, è probabile che occorra attendere la riunione straordinaria del G20 di settembre per comprendere come intendono affrontare l'emergenza profughi e contrastare il terrorismo, i Paesi del G7 (Usa, Giappone, Canada, Francia, Germania, Regno Unito e Italia), insieme a Cina, Russia, Arabia Saudita, Turchia e India.

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