Donne e lavoro, gap salariale e vita familiare: quando il part time diventa una gabbia

Donne e lavoro, gap salariale e vita familiare: quando il part time diventa una gabbia
di Angela Padrone
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Sabato 28 Settembre 2019, 09:06

Ci si lamenta sempre del fatto che in Italia le donne siano poco presenti nel mercato del lavoro, rispetto ad altri paesi. In effetti abbiamo appena raggiunto la percentuale del 50% di donne in età lavorativa che percepisce uno stipendio. In Europa questa percentuale supera il 60%, con punte del 70% nel Regno Unito, e anche oltre in Nord Europa. Perfino la Spagna supera l'Italia. Queste cifre, però, nascondono una trappola: la trappola del part-time.
Il part time viene spesso evocato come una delle forme di flessibilità utili per aiutare le donne a restare nel mercato del lavoro, soprattutto quando si sono avuti figli e quando - oltre all'impegno professionale - ci si voglia occupare anche della famiglia. Un aiuto. Apparentemente un aiuto, sì. Infatti nei paesi dove l'occupazione femminile è più alta si raggiungono percentuali di donne occupate part-time del 40% in Gran Bretagna, di quasi il 50% in Germania e di quasi l'80% in Olanda, un record (Balancing Act, The Economist 7/9/2019).

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Attenzione, però, questi paesi sono anche quelli dove è maggiore il pay gender gap, cioè la differenza media tra gli stipendi degli uomini e quelli delle donne. Il motivo è semplice: chi lavora part time di solito fa un lavoro meno qualificato di chi lavora full time (e quindi è meno pagato); ha pochissime probabilità di fare carriera; e infine chi inizia a lavorare part-time verso i 30-35 anni (età del primo figlio per le donne) ben difficilmente riuscirà mai a tornare al lavoro a tempo pieno.
Abbiamo quindi una massa di lavoratrici, formalmente occupate, ma in realtà intrappolate in lavori scarsamente qualificati, sotto-pagati e di poca soddisfazione. E, poi, con pensioni molto basse.
Ma perché allora le donne ricorrono al part time? Perché, in società tradizionaliste come quelle di Italia e il Giappone (ma vale anche per Olanda, Germania e Gran Bretagna) le donne che lavorano sono costrette a dedicare un alto numero di ore alla cura della casa, dei figli, e della famiglia. Quindi la diffusione del part time, che sembrava utile per allargare la partecipazione al mercato del lavoro, rischia di mantenere le differenze economiche e sociali tra uomini e donne.

Per di più, è proprio nella diffusione del part-time che si nasconde il tranello del pay gender gap, perché la differenza tra il monte ore delle donne e quello degli uomini diventa enorme. Guarda caso in Italia questa differenza è (statisticamente) meno appariscente. Il che non vuol dire che non ci sia. Ma il numero delle donne che lavora è così basso, e la divisione del lavoro così rigida, da farlo apparire meno rilevante.
Il risultato di questa segmentazione del mercato del lavoro, (secondo l'Economist) è che nelle famiglie nelle quali c'è un uomo orientato alla carriera (che lavora 70 o 80 ore a settimana), ci sarà una donna che glielo permetterà lavorando part-time, riducendo le aspettative professionali.
La strada verso la parità nel lavoro quindi andrebbe invertita, rispetto a quella seguita di solito: non partendo dal lavoro fuori casa, ma dall'interno delle mura domestiche. Finché uomini e donne non condivideranno i lavori basilari di cura e di riproduzione in famiglia, sarà molto probabile, non solo in Italia ma in tutti i paesi europei, che le donne il gender gap degli stipendi si generi con il part-time .
 

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