Mal di Cina, quando un amore sboccia a Pechino: il nuovo romanzo di Romeo Orlandi

Mal di Cina, quando un amore sboccia a Pechino: il nuovo romanzo di Romeo Orlandi
di Lucia Pozzi
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Pechino, Torino, Rotterdam e Medan. Tutto parte da queste quattro città che nulla hanno in comune se non il filo rosso che l'autore usa per tessere la storia di un gruppo di giovani che negli anni '70 si ritrovano nella Repubblica Popolare per tentare di costruire qui il proprio futuro. “Mal di Cina” (DeriveApprodi editore) è l'ultimo romanzo di Romeo Orlandi, economista e sinologo, ma anche attento osservatore dei comportamenti umani.

Song Mei, orfano di un valoroso militare caduto in Corea, è il frutto delle speranze e delle contraddizioni profonde che hanno segnato la Nuova Cina di Mao, in cui è cresciuto con la madre: insegna la lingua agli stranieri e si innamora di una sua allieva, Daniela, che si è lasciata alle spalle una famiglia di operai e la lotta tra generazioni (padre e fratello) per la conquista dei diritti sul lavoro. Song Mei è attratto dalla cultura occidentale e Daniela da quella cinese, lui le manifesta i suoi sentimenti citando versi di Neruda, lei sceglie di restare a Pechino a ogni costo anche oltre la loro unione se questa dovesse impedirle il rinnovo del visto. Rinuncerà a un figlio e Song Mei sposerà una connazionale in ossequio alla tradizione, ma il loro rapporto sopravviverà e insieme vivranno l'evoluzione della Cina nei trent'anni più delicati e difficili della storia del Paese, fino al 2003, quando Song Mei si sarà stabilizzato a Pechino con la sua famiglia e riceverà un premio per la traduzione in cinese delle poesie d'amore di Pablo Neruda (“un sincero amico della Cina”, secondo il capo del Pcc dell'università) e Daniela si ritroverà a Torino a cercarsi un lavoro, alla soglia dei cinquant'anni e con il timore che “sia tardi per tutto”.

La loro storia d'amore si incrocia con Carl, che viene da una vita nel sindacato di una grossa impresa che produce macchine utensili e che negli anni passerà dalle mani degli olandesi ai cinesi, ormai pronti a battersi nella giungla di un'economia di mercato, forti di ingenti risorse economiche da impiegare nello sviluppo e nella modernizzazione del Paese. E si incrocia con Mari e Toni Tan, due fratelli indonesiani di origine cinese che, scappati da Madan dopo le persecuzioni alla loro famiglia, vi fanno ritorno in modo quasi trionfale.

Costruisce con cura i suoi personaggi Romeo Orlandi, raccontandone ambizioni e sentimenti, ideologie e disillusioni, sfide e paure, ma le storie personali si muovono su uno sfondo a tratti ben più interessante per il lettore che voglia trovare tracce e testimonianze reali di quel controverso periodo storico, perchè raccontato da un profondo conoscitore della Cina.

Scorrono infatti sulla scena le immagini della guerra civile del '45 e la nascita della Repubblica Popolare, al motto maoista “La Cina si è rialzata e nessuno potrà mai rimetterla in ginocchio”, l'apertura agli intellettuali e il Grande balzo in avanti che si trasformarono presto in tragedia, gli anni della Rivoluzione culturale con le profanazioni, le violenze e il fanatismo delle Guardie rosse, le divisioni e le conflittualità all'interno del Partito con il Grande Timoniere ormai malato e l'ideologia che arriva a stravolgere perfino l'Opera di Pechino, con gli operai, i contadini e i soldati che sostituiranno sul palco i tradizionali eunuchi e le cortigiane. La morte di Mao e l'arresto della Banda dei Quattro portarono alla riabilitazione di Deng Xiaoping e alla corsa del Paese sulla strada di un sistema economico misto. “Maturava un evento inedito, un'acrobazia teorica, un ibrido di laboratorio: il socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”, scrive efficacemente Orlandi. Ma le brutali repressioni dell'89 di Tian'anmen e della rivolta popolare del '94 di Chengdu (eppure “la folla marciava pacifica, rivendicava diritti”, protestava contro la costruzione di una raffineria su un vecchio pascolo o l'inquinamento delle acque) testimoniano come “reprimere e non dialogare” restava la ragion d'essere del regime. Intanto “l'economia stava guidando un cambiamento epocale”, spiega Orlandi, fino al paradosso dell'ingresso cinese nell'Organizzazione mondiale del commercio, nel 2001, con un accordo internazionale che finiva con l'essere “strumentale al nazionalismo del Paese”.

Il resto è cronaca dei nostri giorni, e Orlandi non se ne occupa fermando l'orologio temporale del suo libro a poco meno di 20 anni fa. Ma le vicende convulse che attraversano le pagine di “Mal di Cina” finiscono col lasciare un certo amaro in bocca, mentre scorrono gli anni e risuona come un'eco ormai lontanissima una splendida massima di Mao, rivolta a un ipotetico futuro: “Su un foglio di carta bianca si possono scrivere le cose più belle”.

Lunedì 24 Maggio 2021, 17:52
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