“In nome del popolo televisivo”, dai processi in Tv al diritto all'oblio. In libreria il volume del giudice Valerio de Gioia e della giornalista Adriana Pannitteri

Gli autori Adriana Pannitteri e Valerio de Gioia
di Francesca De Martino
4 Minuti di Lettura
Giovedì 27 Gennaio 2022, 20:28

Dalla morte del piccolo Samuele Lorenzi al processo per l'omicidio di Marco Vannini, passando per l'omicidio di Melania Rea e tante altre storie di cronaca nera che hanno fatto audience. Inchieste e processi anticipati nei talk show. “In nome del popolo televisivo. Da Cogne ai giorni nostri”  (Vallecchi pp 204, 16.00 euro), da oggi in libreria, è la riflessione  di un giudice, Valerio de Gioia, magistrato della prima sezione penale del Tribunale di Roma, e di una giornalista del Tg1, Adriana Pannitteri. Un titolo provocatorio che racconta, da un punto di vista privilegiato, la degenerazione dell'informazione. Ad analizzare l'evoluzione di un fenomeno che, da Cogne in poi, con un omicidio trasformato in spettacolo proprio dieci anni fa, non si è più arrestato, è de Gioia

La verità mediatica ormai si contrappone a quella processuale

«La tendenza a rivisitare nei talk show televisivi gravi fatti di cronaca, per i quali ci sono indagini e processi in corso, confonde i telespettatori su quale sia la realtà. L’ossessione della ricerca di una verità mediatica, in parallelo a quella processuale, crea una realtà immaginifica o virtuale che si contrappone a quella reale». 

Il 10 giugno di quarant'anni fa, la tragedia di Alfredino Rampi,  segna l’inizio della “tv del dolore”: 40 ore di diretta tv con edizioni straordinarie del Tg e la passerella di volti noti. Questo modo di fare cronaca fa solo del male al lavoro della giustizia oppure può aiutarla nella ricerca della verità?

«La cronaca è uno strumento fondamentale per informare il cittadino. I programmi televisivi, se realizzati nel rispetto di alcune fondamentali regole, possono persino aiutare nella ricerca della verità. Non sono mancate riaperture di indagini o soluzioni di casi irrisolti, come nel caso di Ferdinando Carretta, che aveva sterminato la famiglia, in quell'occasione in lavoro dei giornalisti è stato determinante. Ma ci devono essere dei limiti»

Da magistrato si è occupato spesso di procedimenti che hanno visto il coinvolgimento di personaggi pubblici: sia in veste di imputati, sia come parti offese. Vicende affrontate in Tv  prima ancora di finire in Tribunale. Quale potrebbe essere il limite alla "teatralizzazione", che spesso rende i protagonisti colpevoli ancor prima di una sentenza?

«Occorre sempre rispettare la presunzione di non colpevolezza: non possono mai essere espresse valutazioni autonome rispetto alle indagini tali da orientare a qualificare come colpevole l’indagato o l’imputato. Devono essere evitate ricostruzioni, analisi, valutazioni che prescindano dai risultati dell’attività investigativa. Il mancato rispetto di queste elementari regole porta alla celebrazione di un processo non garantista, il cui unico fine è quello di suggestionare la collettività».

Nel suo libro, scritto a quattro mani con la giornalista del Tg1 Adriana Pannitteri, analizzate i casi che più hanno appassionato i telespettatori, grazie alla “serialità” data da noti programmi tv che si occupano di cronaca. Partite proprio dal caso di Cogne, che il 30 gennaio compie vent'anni. In questo caso quanto il racconto televisivo ha "inquinato" il processo?   

«Con Adriana Pannitteri abbiamo preso atto della sempre più diffusa tendenza a rivisitare in talk show televisivi gravi fatti delittuosi, oggetto di indagini o di processi, alla ricerca di una verità mediatica in parallelo a quella sostanziale o a quella processuale. Iniziative di questo genere si inseriscono in un singolare fenomeno mediatico che tende a offrire una realtà immaginifica o virtuale, capace, per forza di persuasione, di sovrapporsi a quella reale. Tali narrazioni non incidono sul processo in corso, piuttosto sulla conoscenza dei fatti da parte dei telespettatori che, talvolta, recepiscono in modo acritico quanto affermato dall’opinionista di turno. Insomma si influenza l'opinione pubblica»

Dopo avere esaminato i diversi casi di spettacolarizzazione dei fatti di cronaca, nel libro, affrontate il dibattuto tema del diritto all’oblio, cioè della necessità di tutelare chi, da vittima o da imputato, sia stato coinvolto vicende giudiziarie e la possibilità di cancellare, almeno mediaticamente, un passato doloroso.

«Il ricordo mediatico paradossalmente è quello che rimane più a lungo impresso nella memoria delle persone. Ogni vicenda processuale è infatti legata in modo indissolubile a un periodo della nostra vita (scolastico, lavorativo), un ricordo che ognuno porterà con sé di una vicenda, drammatica, nella quale per fortuna si è rimasti coinvolti solo dal punto di vista emotivo. Per assurdo è come se i nostri problemi quotidiani venissero ridimensionati rispetto all’orrore di certi crimini. Il processo mediatico, assolvendoci da ogni nostro piccolo peccato, ha un'inaspettata funzione catartica. La cronaca giudiziaria, tuttavia, deve fare i conti con il cosiddetto diritto all’oblio, cioè il diritto di un individuo a essere dimenticato, o meglio a non essere più ricordato per fatti che in passato sono stati oggetto di cronaca».

© RIPRODUZIONE RISERVATA