CORONAVIRUS

Coronavirus a Napoli, il dramma di Arianna: «Mamma morta, papà grave. Ma per noi niente tampone»

Mercoledì 25 Marzo 2020 di Antonio Folle
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Quello di Arianna Esposito e della sua famiglia è uno dei tanti drammi del Coronavirus che si stanno registrando in questi giorni di crisi. Nessuno può dire se la tragedia che ha portato via alla giovane donna sua madre poteva essere evitata, ma il caso della famiglia Esposito ha messo a nudo quelle che sono, da un lato, le difficoltà dell'intero sistema sanitario campano e, dall'altro, alcune inspiegabili negligenze che dovranno essere chiarite nelle sedi opportune.

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Quando lo scorso 11 marzo il papà di Arianna comincia ad avvertire i primi sintomi influenzali gli Esposito - in casa vivono cinque persone, tra cui un bambino di 15 mesi - cominciano ad alzare il livello di guardia, uscendo solo per l'indispensabile spesa, rigorosamente in negozi sotto casa. Dopo tre giorni, però, i sintomi influenzali cominciano a diventare più preoccupanti, con una tosse persistente e dolori articolari. Immediata la chiamata al 118 e ai numeri messi a disposizione dalla Regione. Gli operatori del servizio sanitario regionale invitano la famiglia Esposito a rivolgersi al medico curante che, a sua volta, prescrive una cura a base di antibiotici, cortisonici e un broncodilatatore. Le condizioni dell'uomo, però, continuano notevolmente a peggiorare ora dopo ora, sfociando in vere e proprie crisi respiratorie.

«Nessuno sapeva darci una risposta concreta al telefono - ha raccontato Arianna Esposito - così mio marito e mia madre si sono messi in macchina e hanno accompagnato mio padre al Cotugno. Qui, mentre mio padre aspettava di fare finalmente il tampone, mia madre è improvvisamente svenuta. E' stata soccorsa dai medici che hanno rilevato febbre a 39.5 e saturazione a 86. Dopo le cure del caso mia madre è stata dimessa ed è tornata a casa insieme a mio padre, in attesa di ricevere il responso del tampone».

Il 19 marzo la terribile telefonata dal Cotugno. L'uomo risultava positivo al Coronavirus. Il medico curante della famiglia Esposito, immediatamente allertato, prescrive l'immediato ricovero ospedaliero, anche a causa del continuo e progressivo peggioramento del quadro clinico, con difficoltà respiratorie sempre più evidenti. Poi la nuova corsa in ospedale e le quasi quattro ore in ambulanza - sotto ossigeno - in attesa di un ricovero all'ospedale del Mare. Il mix letale fatto di attesa e del continuo peggioramento dello stato di salute dell'uomo impongono ai sanitari la necessità di intubarlo e spedirlo al Loreto Mare, dove si trova tutt'ora in condizioni critiche.

«Mentre mio padre veniva trasferito al Loreto Mare anche le condizioni di mia madre hanno cominciato ad aggravarsi - continua ancora Arianna - mostrando gli stessi sintomi che avevano colpito mio padre. Il 20 marzo, dopo una serie di telefonate al 118, arriva una squadra di operatori che, però, non erano forniti nemmeno di un loro termometro. Con il termometro che avevamo in casa hanno misurato la temperatura a mia madre, riscontrando febbre a 38.6 e saturazione a 89, un dato estremamente basso per una persona che non ha mai sofferto di patologie respiratorie».

Altri giorni di attesa e di continuo peggioramento delle condizioni della donna che passa da uno stato febbrile all'altro. A nulla servono gli antipiretici prescritti dal medico curante, allertato per il primo screening, secondo i protocolli. Quando gli svenimenti e lo stato confusionale della donna cominciano ad essere sempre più frequenti la famiglia Esposito comincia la sua "lotta" con gli operatori del 118. 

«Alle 10.30 del 24 marzo - il racconto di Arianna Esposito - abbiamo chiamato il 118, chiedendo l'invio di una ambulanza a causa delle condizioni critiche di mia madre. L'operatore che ha risposto al telefono ci ha praticamente chiuso il telefono in faccia, sostenendo che era impossibile che una donna di 55 anni avesse problemi respiratori. Mia zia ha chiamato il 112 e gli operatori stavolta si sono messi a disposizione, fornendoci un numero a cui chiamare nel caso il 118 si fosse rifiutato ancora di intervenire e sottolineando che forse non era il caso di andare in ospedale visto l'elevato rischio di contagio. L'unica cosa che hanno saputo dirci - continua la donna - è che forse era meglio aiutare mamma con una bombola d'ossigeno. Peccato che le farmacie si rifiutano di consegnarlo e noi, che a causa della positività al Coronavirus di mio padre siamo in quarantena, non possiamo uscire».

Seguono altre ore di angoscia per gli Esposito che, finalmente, alle 15.00 riescono ad ottenere un intervento da parte di una squadra di medici che constatano le gravissime condizioni dell'ammalata - saturazione a 55 - e allertano immediatamente l'ambulanza per il necessario trasporto in ospedale. La corsa a sirene spiegate da piazza Garibaldi, dove abitano gli Esposito - all'ospedale del Mare, però, risulta essere vana. La donna arriva in ospedale in arresto cardiocircolatorio. Vani anche i tentativi di rianimazione da parte dei medici che, alle 19.00, non possono fare altro che telefonare per annunciare la morte della loro congiunta. 

Al dramma del papà ricoverato in terapia intensiva al Loreto Mare e alla tragedia della mamma, morta nella sala di rianimazione dell'ospedale del Mare, per Arianna e la sua famiglia si prospettano ore ancora più cariche di angoscia e di dolore. 

«Abbiamo chiesto un tampone - continua - ma al momento ancora non sappiamo se verranno a farlo. Mio padre è positivo, mia madre forse è morta per lo stesso virus e vivevano in casa con noi. Qui c'è un bambino di 15 mesi e noi ci sentiamo abbandonati da tutti, a cominciare dalle istituzioni. Stiamo vivendo una tragedia nella tragedia - la disperazione della donna - perchè non solo non possiamo piangere insieme ai nostri parenti per la morte di mamma, ma non possiamo nemmeno sapere se anche noi siamo stati contagiati. Voglio ringraziare con tutto il cuore i medici dell'ospedale del Mare che hanno tentato in tutti i modi possibili di strappare mia madre alla morte. Lo stesso ringraziamento non possiamo rivolgerlo ad alcuni operatori dei numeri di emergenza che, nonostante le nostre continue segnalazioni, hanno continuato a sottovalutare il problema, intervenendo quando forse era già troppo tardi. In questo periodo - conclude Arianna - si muore soli come cani, abbandonati in un letto d'ospedale senza il conforto della propria famiglia, per questo gli operatori dovrebbero mostrare maggiore umanità e comprensione».

 

Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 09:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA