Petrolio chiude sottozero. Ecco i motivi che hanno portato al tracollo

Martedì 21 Aprile 2020
Incredulità era l'emozione che provava chi ieri guardava i monitor del New York Mercantile Exchange (Nymex), vedendo che il prezzo del petrolio è crollato velocemente sottozero, nell'arco della mattinata (era il pomeriggio in Italia).

Una sensazione mista alla consapevolezza che una cosa del genere non si era mai vista prima, ma che è stata consentita dal CME, la società che gestisce gli scambi su questa piattaforma, che ha consentito ai prezzi di scivolare in negativo. Chi ieri deteneva una posizione di acquisto (long) sul petrolio, per assurdo, sarebbe stato costretto a "pagare" coloro che mantenevano una posizione in vendita (short), per poter uscire dal contratto ed evitare la consegna fisica dei 1.000 barili di petrolio, come previsto dal regolamento dei contratti future.

Il WTI chiude a -37,63 dollari/barile

Al termine degli scambi e dopo una giornata di passione, il Future in consegna maggio, che scade oggi, ha chiuso con un valore negativo a -37,63 dollari/barile, in calo di oltre il 300%, seppur con scambi marginali. Non è andata così per il contratto di giugno, che regolarmente quotava attorno ai 20 dollari, prezzo attorno al quale il Future in consegna a maggio aveva oscillato fino alla scorsa settimana.

Il Future sul WTI per consegna maggio dunque, dopo aver chiuso la vigilia in negativo, ha recuperato stamattina un valore positivo di 1,60 dollari (il contratto scadrà formalmente oggi alla riapertura del mercato diurno), mentre il contratto successivo di giugno scambia a 21,45 USD (+5%). Parallelamente, il Brent per consegna giugno (quello di maggio è scaduto già da diversi giorni) scambia a 24,59 dollari (-3,8%).

Un mercato in "cotango" molto sbilanciato

Il prezzo della scadenza più vicina, dunque, quota molto più basso del contratto più lontano, una situazione che, nel gergo del settore delle commodities, viene tecnicamente definita "cotango". E' la normalità? Fino ad un certo punto il "cotango" denota una situazione di normalità, cioè un mercato ben approvvigionato, ed è naturale che i contratti più distanti evidenzino quotazioni più elevate, non fosse altro che per gli interessi che maturano ed i costi di stoccaggio. L'altra situazione, definita di "backwardation" denota invece scarsità, carenza di offerta, e si verifica quando i prezzi dei contratti vicini sono più alti di quelli più lontani: una situazione che non si vede da inizio 2019.

E allora perché questo cotango spaventa tanto? Il problema non nasce dalla curva dei prezzi, inclinata verso il basso o verso l'alto, ma dallo scostamento (spread) fra i contratti, che ha assunto dimensioni notevoli come non si era mai visto: fra due contratti successivi si è verificata una differenza di quasi 60 dollari. Non solo:

L'eccesso di offerta

Quello che si è visto ieri è niente altro che un "allarme" lanciato dal mercato petrolifero, un "segnale" che la situazione di eccesso di offerta cui si è venuto a trovare questo mercato non è sostenibile.

Un eccesso che deriva da un crollo della domanda mondiale di circa un terzo (25-30 milioni di barili), vuoi per le misure di lockdown attuate a livello globale o per il fermo del trasporto aereo, che conta per una larga fetta della domanda complessiva. Insomma la domanda è bloccata.

Dal lato opposto, le divisioni fra paesi produttori, la miopia di molti paesi esportatori, le trattative protratte troppo a lungo, hanno condotto ad una riduzione dell'offerta di poco meno di 10 milioni di barili, non ancora effettiva (lo sarà solo dal 1° maggio) e senza dubbio tardiva.

Un ritardo che si riflette sull'accumulo di scorte, mai così elevato: basti pensare che il principale hub di smistamento americano, quello di Cushing, in Oklahoma (USA), è arrivato quasi vicino al limite massimo di stoccaggio (59% della sua capacità) e si teme che il limite, di questo passo, venga raggiunto molto in fretta. Parola d'ordine: non stoccare più barili!

La benzina non segue il trend

Nonostante il contratto di maggio sul petrolio sia finito ad un valore al di sotto dello zero, il contratto di maggio sul gasoline (benzina verde), a New York, ha chiuso ieri a 0,6683 dollari al gallone, un prezzo che non si discosta troppo dal contratto successivo di giugno e che non dà certamente un valore zero o inferiore.

In Italia i prezzi evidenziano poi una maggiore rigidità a causa del peso fiscale (IVA ed accise) sui prezzi dei carburanti. In base all'ultima rilevazione del MISE del 13 aprile - oggi dovrebbe arrivare l'aggiornamento settimanale - il prezzo medio della verde era di 1,422 euro/litro (con 72,8 centesimi di accise e 25,6 centesimi di IVA) e quello del gasolio di 1,315 euro/litro (61,7 centesimi le accise e 23,7 centesimi l'IVA). Inutile dire che a questi prezzi e considerando il trend del petrolio, le associazioni dei consumatori sono da tempo sul piede di guerra.
  Ultimo aggiornamento: 14:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA