Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€
Anna Coliva*

L'intervento/ Se Caput Mundi può trasformarsi in Roma Kaputt

di Anna Coliva*
6 Minuti di Lettura
Domenica 10 Luglio 2022, 00:07

Caput Mundi-New Generation EU è il piano presentato dal Comune di Roma per rilancio, ripartenza, riqualificazione - e speriamo anche ri-pulitura - di Roma attraverso i 500 milioni dei fondi del Pnrr. L’unione di un passato remoto con un futuro prossimo è ossimoro pericoloso se non prevede un radicale rinnovamento del pensiero adatto a problematiche complesse per salvare tutti noi, abitanti di città catturate nella trappola della retorica che inibisce il sentimento di seduzione emanato dall’antichità.
Letti ora, dopo l’irruzione dei cataclismi degli ultimi tre anni, i sei piani proposti nel Caput Mundi perdono di senso per il loro riferirsi a pratiche virtuose ripescate tali e quali dagli anni Ottanta di un secolo che pare ormai sprofondato. Virtuose però non sono più, avendo dimostrato nel quarantennio trascorso di non essere state in grado non solo di risolvere, ma neppure di affrontare i problemi che ora vengono riesumati dai cassetti delle soprintendenze per ricevere finanziamenti come fossero l’attualità. Al posto di un urgente cambio di prospettiva vi leggiamo di digitalizzazione dei Beni Culturali, il cui primo progetto, ripresentato all’infinito come unico tributo all’innovazione, risale al 1986; di riqualificazione dei beni culturali con particolare riguardo alle Mura Aureliane, progetto anch’esso giurassico riesumato in ogni programmazione annuale o speciale trattandosi di pura manutenzione con alcune sfumature di restauro; assieme alla messa in sicurezza dei siti che, dal terremoto di Napoli del 1980 si perpetuò in ogni legge di bilancio. 
Naturalmente doverosa attenzione è riservata al tema-feticcio di ogni amministrazione politically correct, le periferie: che ormai, a giudicare dal numero di progetti degli ultimi vent’anni, dovrebbero assomigliare alla Sylicon Valley. In quanto al “Mitingodiverde” - ma chi ha inventato l’atrocità di questo titolo? - è l’ennesimo finanziamento speciale per risollevare le sorti dei devastati parchi romani, inondato di fondi ingentissimi ad ogni legge per Roma Capitale negli ultimi trent’anni con risultati sempre nulli perché affidati sempre agli stessi soggetti, animati dalla medesima volontà di non recidere il vero nodo del problema. 
E poi importanti finanziamenti per ri-ri- ri-lanciare Cinecittà - insieme magari al Netflix italiano - in quanto «volano di sviluppo sostenibile» per dimostrare che «con la cultura si mangia»: ma solo soldi pubblici, che in fondo è come praticare una forma di economia circolare. 
Insomma restyling, roba da ordinaria manutenzione per la quale non c’era bisogno di scomodare il Pnrr che ha lo scopo di destinare i soldi dove si spera di innestare una crescita che sia superiore a quella dei tassi di interesse in salita, per contrastare l’inflazione senza strozzare la crescita, evitando di accumulare altro debito proprio sulle nuove generazioni.
Quello che è stato annunciato non pare invece prevedere piani di investimento capaci di resuscitare un’economia vera, strutturata, complessa, capace di liberare la città e i suoi amministratori dalla rassegnazione di sopravvivere racimolando un modesto aumento di Pil da un turismo sgangherato e gravemente usurante. C’è piuttosto la sensazione che sotto gli altisonanti richiami al passato contraddetti dal riciclo di vecchi progetti, si celi l’attesa di quello che si desidera veramente: il ritorno dei torpedoni selvaggi, delle mangiatoie attorno ai monumenti con abuso di suolo pubblico, dell’illegalità dei B&B, fuori legge a Roma nell’82% dei casi secondo gli ultimi rilevamenti; accontentandosi del lavoro non qualificato e del modesto reddito che questo produce. 

Il Caput Mundi rischia di essere l’ennesima porporina retorica stesa sull’uso parassitario di questo passato, tutelato dalla finzione che i beni culturali siano di per sé cultura, senza null’altro farci sopra che App, start up e turismo. E disputarsi infine, tra le diverse pubbliche amministrazioni, gli incassi dei biglietti d’ingresso. 
Ritorna alla mente la costernata frase di Joyce: «Roma è come un uomo che si mantiene mostrando ai viaggiatori il cadavere della nonna». Questa esaltazione del passato del Roma Caput Mundi è pletorica genericità retrospettiva che lo ridicolizza senza porre un atto concreto di serietà in grado di sostenerla e si trasforma in emblema di un passato che non passa. Nel senso che non passa all’azione. 
E l’azione può essere una sola: impiegare le ingentissime risorse - 500 milioni - in progetti capaci di ribaltare le sorti di una città diventata residuale per mancanza di vera attrattiva, di dinamicità e di vitalità. Smettere di imbellettare l’ovvietà dei progetti con la terminologia - start up, “industrie creative” (anche l’affitto dei monopattini lo è, a tutti gli effetti) - e concentrarsi sui fondamentali. L’urbanistica per esempio, scienza di cui la politica romana non si è mai servita ma che sarebbe in grado di rendere reversibili alcune situazioni di degrado. Oppure di rendere stabili e definitive le rare occasioni di formidabili evenienze urbane verificatesi con la sola logica della casualità o del prevalere frammentario dell’uno o l’altro interesse, in totale assenza di un pensiero urbanistico che trasformasse il caso in opportunità programmata. Come è stato per l’asse culturale della capitale indirizzatosi verso il nord con la possibilità di valorizzare un’area vastissima grazie al casuale accumularsi laggiù dell’Auditorium e del MAXXI.
Alle stesse spalle degli interessi che di volta in volta hanno prevalso nelle scelte logistiche, il non previsto è capitato: si è formato un percorso di massimo interesse che dalla Villa Borghese conduce al Tevere e oltre, sul ponte pedonale e che potrebbe proseguire sulla magnifica collina ridotta a pericolosa terra di nessuno. Un patrimonio naturale che farebbe la fortuna di qualunque città. Ma sono rimasti tutti oggetti isolati nudi e crudi, collegati tra loro da parcheggi indecorosi, marciapiedi sbrindellati e interrotti dal vergognoso stato del più bello di questi oggetti, il Palazzetto dello Sport di Pierluigi Nervi. Non c’è stata alcuna capacità - o volontà - di battezzare quest’area ed altre che man mano si sono formate e poi dissolte nell’incuria, di dare loro identità, riconoscibilità e rilevanza urbana se non quella del fai da te.
In questa condizione esaltare un tema feticcio come la politica e l’estetica dell’identità è pura afonia e evasività se persiste la sfasatura tra progetto e attualità, se non si è capaci di calarlo nell’attualità di studi agguerriti, in centri di eccellenza che non si riducano alla compiaciuta autorappresentazione dei neo-nominalismi dei “poli tecnologici”, destinati ad eclissarsi nei livelli di gestione e selezione delle molte università italiane prese a modello di studi social-antropologici sul familismo italiano. 
Quali grandi menti questi “poli” si pensa potrebbero sottrarre al Mit, all’École du Louvre, al Courtauld? Il mordente che potrebbero conferire delle mete concrete, un centro di eccellenza per gli studi sull’arte edificatoria romana per esempio, continua ad essere evitato mentre si pongono finalità generiche a beni e temi feticcio.
L’avvertenza che questa è davvero l’ultima, irripetibile occasione per sterzare dai vizi consolidati del Paese non sembra che si sia presa molto sul serio. Se non sarà Caput Mundi, potrebbe essere davvero Roma Kaputt.

* Direttore Emerito Galleria Borghese

© RIPRODUZIONE RISERVATA