Marina Valensise
Marina Valensise

Se lo sconcerto per un delitto può diventare classista

di Marina Valensise
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Venerdì 18 Novembre 2022, 00:06

La realtà supera la fantasia, ma conferma i nostri pregiudizi. Non era un trans, ma un’altra donna la terza vittima del killer che ieri a Roma ha colpito in due riprese, nell’arco di poche ore, a pochi isolati di distanza, nel quartiere Prati a Roma. 

Ma i commenti anonimi sui social si sono subito sbizzarriti nelle congetture più assurde. Prima parlando di tre escort, come se il fatto di prostituirsi, per altro ancora da accertare, autorizzasse a derubricare il delitto privandolo del pathos del femminicidio. Eppure l’evidenza resiste alla contraffazione e nella sua ruvidezza smentisce un pregiudizio diffuso. Vogliamo credere che l’assassinio di un trans o di una prostituta sia meno grave di quello di una moglie o di una fidanzata da parte di un marito cornuto o di un innamorato ossessivo?
Vorrebbe dire aggiungere barbarie alla barbarie, per l’incapacità di indignarsi allo stesso modo davanti alla morte violenta di una creatura umana, indipendentemente dal sesso, dall’identità di genere, dalla professione esercitata.

Ma andiamo con ordine. Ieri mattina alle 11, in uno palazzo in via Riboty, viene trovata riversa sul pianerottolo una donna di 45 anni. E’ morta. Arriva la polizia, gli agenti entrano in casa e trovano un’altra donna cadavere. Sono due cinesi. Due prostitute, dicono i condomini che da tempo lamentavano il continuo andirivieni a tutte le ore del giorno e della notte. 

Passa poco tempo, e alle 13 in via Durazzo, a circa un chilometro di distanza, viene trovata un’altra vittima, con ferite di arma da taglio sul torace. E’ un trans brasiliano, dice la vox populi che subito si diffonde a macchia d’olio seguendo le notizie battute dalle agenzie. Un’altra adepta del sesso mercenario, anche lei uccisa a coltellate, vittima forse dello stesso killer? 

Il che basta a scatenare i commenti sui social: «Due donne cinesi e un trans uccise a Roma». Perché scrivere «uccise tre donne» non bastava? E ancora: «Era fondamentale evidenziare che erano cinesi e trans?» scrive un altro anonimo twittarolo, che ha pure la cautela di precisare: «Domando per un mio amico di destra che considera ridicola l’ideologia antigenere».

Non mancano congetture più salaci, sollecitate dal caso scabroso: «Sicuramente chi ha fatto ciò non può essere nient’altro che comunista culattone».

Intanto la polizia indaga. Delimita la scena del crimine. Controlla i tabulati telefonici. Vaglia i circuiti della prostituzione nel quartiere. Passano le ore e si apprende che la terza vittima non è un trans, bensì una donna, una sudamericana, vittima di una violenza perpetrata due volte: dal suo assassinio ancora sconosciuto e dalle precipitate conclusioni dei social.

Intanto però i lettori comuni capaci di compassione, le donne e gli uomini che ogni giorno reagiscono sgomenti allo stillicidio continuo di fidanzate sgozzate da innamorati delusi, di figlie ribelli accoltellate da padri violenti, di mogli e madri vittime inermi della furia di mariti fuori controllo e di figli rissosi, s’interrogano sulla perversione dei tempi che si aggiunge alla violenza cieca.

Come se definire trans una donna e prostitute due cinesi prese a coltellate potesse derubricare il delitto in una sorta di femminicidio di serie B. Quando invece a far scattare la violenza contro le donne, specie nel caso di un delitto commesso con un’arma bianca, è sempre lo stesso identico elemento di sopraffazione nell’uomo che perde la testa in preda a un raptus o che uccide per un calcolo folle e spietato.

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