Riccardo Sessa

Il messaggio di pace che parte dall'Europa

di Riccardo Sessa
6 Minuti di Lettura
Lunedì 9 Maggio 2022, 00:04

Ieri in Europa abbiamo ricordato la fine  della Seconda Guerra Mondiale che in Russia invece festeggiano oggi. Già settantasette anni fa noi e i russi non eravamo raccordati, e anche in quell’occasione per precisa scelta russa. Sul fronte occidentale la resa della Germania viene firmata il mattino del 7 maggio a Reims, ma Stalin chiede che venga firmata un’altra resa a Berlino nella tarda sera dell’8, che era già il 9 a Mosca. Stati Uniti e gli europei dichiarano l’8 il giorno della vittoria e i russi il 9. Oggi per noi è anche, e direi soprattutto, la Giornata dell’Europa in ricordo della dichiarazione nel 1950 del Ministro degli Esteri francese Robert Schuman che diede inizio a tutto il processo della costruzione europea. 

In una giornata così importante per l’Europa e per il mondo, e quindi per noi (che non possiamo dimenticare che oggi è anche l’anniversario del sequestro nel 1978 di Aldo Moro), partiamo dalle celebrazioni odierne sulla Piazza Rossa per fare un punto sulla guerra russoucraina. Tutto lascia ritenere che, esaurita la parte spettacolare della cerimonia nel rispetto di tutte le liturgie tipiche dei regimi totalitari, lo zar Putin non potrà sbracciarsi sui preannunciati annunci clamorosi perché l’andamento della guerra non è stato quello che egli aveva previsto, o che i suoi generali gli avevano assicurato. Certamente possiamo aspettarci che non lesinerà tributi ai valorosi soldati che hanno tenuto alto il nome della Russia andando a liberare i fratelli ucraini vittime del nazismo e ai tanti caduti per difendere popolazioni oppresse. Così come non mancheranno gli attacchi agli Stati Uniti e ai loro vassalli, all’Europa e, infine, alla Nato, condannando quell’alleanza e i suoi membri che riforniscono di armi l’esercito e i volontari ucraini. Qualunque cosa dica al popolo russo e al mondo una cosa è certa: non potrà cantare vittoria e sarà costretto a ripetere che le forze russe stanno affrontando la fase finale di quell’operazione speciale di cui oggi dovrà limitarsi a dire che l’obiettivo era la liberazione di territori e popolazioni la cui aspirazione era di ritornare tra le braccia della Grande Madre Russia.

Qualunque cosa Putin dirà non sarà una sorpresa rispetto alla narrativa che si è sviluppata intorno alle celebrazioni del 9 maggio da quando egli è al potere. C’è un elemento fondante che si è consolidato negli anni: la lotta per la vittoria e, di conseguenza, la legittimità della forza per raggiungere quell’obiettivo. Noi, che avevamo coltivato qualche speranza che la guerra potesse essere evitata, oggi non ci facciamo illusioni. Putin esprime al più alto livello quella cultura di forza e di lotta per la vittoria e ha iniziato a febbraio una guerra invadendo l’Ucraina con l’obiettivo di completare un percorso interrotto nel 1991 e avviato nel 1945 al termine di un conflitto al quale la Russia dello zar Stalin aveva partecipato per denazificare la Germania. Queste riflessioni ci devono rafforzare sui percorsi da perseguire. Non ci stanchiamo di ripetere che in una guerra c’è sempre una parte che la inizia e una che la subisce. Per essere più chiari, una guerra non comincia come una partita di calcio, con un arbitro che con la monetina decide chi deve lanciare il primo tiro. Abbiamo pure ricordato che aiuti militari esterni a uno o a entrambi dei contendenti esistono da millenni. Ora in Italia abbiamo al riguardo superato noi stessi arrivando addirittura a distinguere tra armi difensive e armi offensive! E allora come ne usciamo? Più il tempo passa e più dobbiamo convincerci che Putin non accetterà mai l’avvio di un negoziato perché vuole affrontarlo da un punto di forza sul terreno. Per sbloccare questa situazione deve essere chiara ancora una volta la “road map”: a) mettere l’Ucraina in condizioni di non perdere la guerra aumentando gli aiuti militari; b) impedire il più possibile l’avanzata delle forze russe verso Est e non consentire una vittoria militare di Putin; c) incrementare le sanzioni; d) avviare una seria e credibile iniziativa diplomatica nel breve e nel più lungo periodo. 

Questi scenari sono stati affrontati nella loro video-conferenza di ieri dai leader del G7 che hanno confermato la loro determinazione affinché Putin non vinca la guerra, che rappresenta “un’onta sulla Russia e sui sacrifici del suo popolo”. E questi temi, certamente dominati dall’obiettivo di creare le condizioni per una pace, saranno al centro della visita a Washington domani del Premier Draghi. Questo tipo di visite hanno da tempo perso l’aspetto protocollare e sono diventate veri e propri incontri di lavoro. In un momento sul piano internazionale così denso di pericoli e difficoltà per la stabilità, che non è solo quella militare e di sicurezza, ma anche, e ancor prima, quella economica, energetica, ambientale, sociale, etc., questi incontri assumono un’importanza particolare. Non occorre essere grandi esperti per capire quale sarà l’atmosfera con la quale sarà accolto Mario Draghi e che dominerà i colloqui. Draghi, che negli Stati Uniti è più che conosciuto e considerato, e che fortunatamente non deve mostrare patenti di credibilità, avrà la grande responsabilità di trasferire al Presidente Biden e agli altri interlocutori che incontrerà la determinazione italiana e europea a far cessare al più presto la guerra in Ucraina e porre le premesse per un negoziato che sfoci in un rinnovato sistema di sicurezza pan-europeo tipo Helsinki-2. Draghi, con la sua storia, può svolgere un ruolo in questa prospettiva meglio di qualunque altro leader europeo. Obiettivi da raggiungere con quella “road map” alla quale abbiamo fatto riferimento prima.

Si parlerà anche di Nato e ci auguriamo che il Presidente Draghi si faccia portatore dell’importanza che il prossimo Segretario Generale della Nato che si insedierà l’anno prossimo sia non solo espressione di un Paese del sud dell’Alleanza, ma italiano. Il tema energetico nell’ambito delle ripercussioni delle sanzioni su petrolio e gas russi sarà anche al centro dei colloqui con riferimento ad una sostenibile autonomia europea e a possibili intese sul gas liquido americano. Un altro tema, infine, sul quale gli americani saranno interessati ad ascoltare le valutazioni di Draghi è l’Europa, la cui ritrovata unità nell’affrontare la crisi ucraina si scontra con tentazioni populiste di alcuni leader che impediscono di prendere decisioni in settori importanti. E allora, come ha efficacemente ricordato ieri su queste colonne Romano Prodi, affiorano i vincoli di regole di voto che hanno mostrato tutti i loro limiti in un’unione dove tanti e troppi sono gli interessi nazionali al punto che non si può più rinviare il passaggio alle cosiddette cooperazioni rafforzate, cioè, con buona pace degli europeisti più convinti, con l’avvio di un’Europa a più velocità a cominciare dai settori della politica estera e della difesa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA