Vittorio E. Parsi
Vittorio E. Parsi

L'analisi/ Quei limiti delle autocrazie smascherati dal Covid

di Vittorio E. Parsi
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Venerdì 2 Dicembre 2022, 00:03

Non brilla la stella delle autocrazie in queste settimane. In Ucraina, la Russia reagisce con furia cieca e bestiale alle umiliazioni patite dal suo esercito invasore sui campi di battaglia, cercando di causare un nuovo, terribile Olomodor (la carestia indotta da Stalin che causò milioni di morti) per piegare la valorosa resistenza di un intero popolo. 

In Iran, il regime non sa fare nient’altro che continuare a massacrare innocenti ragazzine per cercare di soffocare una rivolta che tenta di diventare rivoluzione. In Cina, aumentano le proteste di una popolazione stremata da misure anti-Covid, tanto draconiane quanto inefficaci. Ed è proprio sulla Cina che vorrei concentrare la mia riflessione, per l’importanza di quel Paese sulla ribalta globale e per la saldezza - finora ritenuta solidissima - del potere di Xi Jinping.

I fatti sono noti e sono stati riportati in questi giorni sulle pagine del nostro giornale. Dopo avere colpevolmente ritardato la notizia della diffusione del virus nella città di Wuhan, fattore decisivo nello scatenamento di una pandemia globale che ha causato milioni di morti, le autorità cinesi hanno prima optato per la realizzazione di vaccini nazionali dall’efficacia più che dubbia, scegliendo poi la strada di segregazioni massicce e prolungate anche in presenza di pochi casi (dichiarati) di contagio. 

Lo scopo era quello di ottenere l’azzeramento dei contagi, anche a fronte di un’inconsistente campagna vaccinale e di un sistema sanitario assolutamente inidoneo a gestire efficacemente la pandemia. Questa stolida politica è stata perseguita fin dall’inizio della pandemia, mentre il regime metteva alla berlina le democrazie occidentali per la loro scelta di provare a limitare al massimo i confinamenti, contando sullo sviluppo di vaccini rivoluzionari e su una campagna vaccinale estesa e ripetuta.

Come sta andando è sotto gli occhi di tutti. Le nostre società hanno riaperto, pur osservando le necessarie cautele, e la vita è ripresa. Nonostante tutte le favole dei “pasdaran no-vax”, per l’intero periodo della pandemia, le restrizioni alla libertà personale sono state minime, e il dibattito tra i molti (e prevalenti nella comunità scientifica) sostenitori della necessità della campagna vaccinale e i pochi detrattori dell’utilità dei vaccini è proseguito ininterrotto. 

Con le dirette pallonare del mondiale qatariota, nessuno strumento di censura ha potuto però consentire di occultare ai cittadini cinesi una semplice verità: ovvero che mentre la Cina è ancora alle prese con i confinamenti, il resto del mondo - Africa, Oceania, Europa, Asia ed Americhe - si muove liberamente e affolla gli stadi. Non che la pandemia sia sparita. Ma è riuscito a controllarla solo chi l’ha affrontata con buon senso e spirito critico - senza illudersi di poter imprigionare un popolo per contenere un virus - arrivando a individuare la via tra mille discussioni e dopo tentativi ed errori.

Tentativi ed errori: questo è il metodo che le autorità cinesi proprio non possono concepire, perché mostrerebbe la superiorità della libera discussione, del pensiero divergente, della critica aperta non solo in termini di principi (“si chiama libertà, bellezza”) ma anche in termini di efficacia. Perché le società aperte sono il frutto della libertà che le istituzioni democratiche quotidianamente tutelano, mentre le istituzioni autoritarie producono società chiuse - soffocate e soffocanti - in cui la sola libertà tutelata è quella del regime di predarle. 
Ma quando chiama a raccolta le risorse sociali, la democrazia può contare su tutte quelle che - autonomamente - la società ha prodotto e che sono infinitamente di più e più diversificate delle risorse che qualunque autocrazia può sognarsi di aver pianificato. Xi e tutto il partito comunista cinese non possono ammettere di avere sbagliato ogni mossa nella lotta alla pandemia e neppure possono invocare errori od ostruzionismi altrui: dell’opposizione politica, della stampa indipendente, delle pressioni dell’opinione pubblica, del libero dibattito scientifico. Semplicemente perché tutto ciò non esiste in Cina. 

Come nella favola dei fratelli Grimm (“Il vestito nuovo dell’imperatore”), il re è nudo. Però questa volta non per il raggiro di un abile e audace lestofante, ma per la natura intrinsecamente truffaldina di tutti i regimi autoritari: che fanno della “non-verità” e del “bis-pensiero” (Orwell, 1984) gli strumenti privilegiati della propria azione della propria narrazione. 

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