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Romano Prodi
Romano Prodi

Il caso Germania/ La ricetta per vincere la sifda del lavoro

di Romano Prodi
5 Minuti di Lettura
Domenica 19 Dicembre 2021, 00:29

La trasformazione dei mercati mondiali è cominciata. I trent’anni di trionfante teologia della globalizzazione erano già stati messi in crisi dall’aumento delle disuguaglianze, ma l’accelerazione decisiva verso il cambiamento è frutto delle crescenti tensioni politiche, dell’arrivo del Covid e della scarsa disponibilità di semilavorati e di prodotti specializzati.

La concorrenza sta quindi cambiando: la globalizzazione non è certo finita ma, proprio per non essere vittima di eventi simili a quelli elencati in precedenza, ognuna delle tre grandi aree economiche - Europa, Stati Uniti e Cina - tende a localizzare al suo interno almeno una parte essenziale delle produzioni più importanti. 
Questo processo è in corso con una particolare intensità nei settori più soggetti ai cambiamenti tecnologici.
Per questo motivo si stanno dirigendo dagli Stati Uniti verso l’Europa alcuni grandi investimenti, sia nel settore automobilistico che nella produzione dei microprocessori.

Nell’auto elettrica è arrivato il leader americano Tesla e si apprestano a investire i produttori di batterie provenienti da Est e Ovest. Nei microprocessori una grande iniziativa è in fase di avanzamento da parte dell’americana Intel e stanno velocemente procedendo le trattative per un insediamento europeo della Tmsc.
Si tratta del gigante taiwanese di gran lunga leader mondiale nel campo dei chip più avanzati. Anche se, nel caso dell’Intel, si prospettano insediamenti complementari anche in Francia, Polonia e Italia, la quota assolutamente prevalente di tutte queste nuove iniziative si dirige verso la Germania.

Non si tratta di una decisione di poco conto, ma di un ulteriore passo con cui la Germania accresce il suo ruolo di Stato dominante di tutta l’industria europea. Si potrebbe anche pensare che, valutando tutte le ipotesi sulla redditività dell’investimento, la scelta in favore della Germania sia scontata.

Vi sono invece elementi di riflessione che dovrebbero indurre a conclusioni diverse. Se, ad esempio, ci riferiamo ai settori qui elencati, un attento esame del combinato disposto fra costo del lavoro e disponibilità di mano d’opera specializzata farebbe infatti dell’Italia un concorrente non solo assai agguerrito, ma in molti casi largamente conveniente. Il costo del lavoro degli specialisti italiani disponibili è infatti poco più della metà di quello tedesco e l’offerta di mano d’opera specificamente qualificata a Torino o Catania non è inferiore rispetto a Dresda. Esiste certamente una collaudata immagine di efficienza e di affidabilità della Germania, ma dobbiamo prendere atto che quest’immagine viene immensamente rafforzata dalle misure di politica industriale che i tedeschi stanno mettendo in atto.

Per molti mesi, solo per fare un esempio, sindacati, imprenditori e strutture di ricerca interne e esterne al settore automobilistico hanno studiato, insieme alle autorità di governo, tutte le conseguenze del cammino verso l’auto elettrica e già hanno apprestato le misure necessarie al rafforzamento del settore. Misure dedicate non solo a favorire le imprese germaniche, ma anche l’insediamento dei produttori stranieri di auto e dei loro componenti. 

Si tratta di una politica industriale che presenta la Germania come scelta quasi obbligata per un’efficace presenza nel mercato europeo. Il che avviene in un’industria in cui noi italiani, anche se ormai periferici nella produzione finale, siamo presenti nella componentistica con centinaia di imprese e oltre duecentomila addetti, tra i quali almeno un terzo corre il concreto rischio di perdere il lavoro a causa delle trasformazioni che non ci prepariamo ad affrontare. 

La necessità di una strategia di politica industriale, che non riguarda certo solo il settore automobilistico, non è una sfida impossibile: bisogna però mettere in atto le misure necessarie. 
Questo è essenzialmente un compito del governo nazionale. Tuttavia, tenuto conto delle diverse e raffinate specializzazioni esistenti in Italia sul piano locale, si possono ottenere straordinari risultati operando anche a livello più decentrato.

Mi riesce ovviamente facile, ma anche doveroso, mettere in evidenza i risultati raggiunti dall’Emilia-Romagna che, in pochi anni, è stata in grado di attirare cospicui investimenti in ricerca e produzione da parte della Philips Morris, di raddoppiare le linee produttive della Lamborghini (di proprietà germanica) e, recentemente, di vincere una sfida mondiale per localizzare in regione un nuovo impianto per un’auto di lusso, frutto di una joint venture cino-americana. 

Tutto questo perché, anche se in misura certamente non paragonabile al caso tedesco, sono state mobilitate nella ricerca tutte le università del territorio, hanno tra di loro lavorato in sinergia imprese e sindacati e la giunta regionale ha provveduto al necessario coordinamento dei progetti, agli adempimenti di carattere burocratico e ai necessari (seppure limitati) sussidi finanziari. 

Nel nostro Paese vi sono tanti settori e migliaia di medie imprese che, con un’adeguata e mirata politica industriale, sono potenzialmente in grado di risultare vincenti in questa fase di trasformazione senza precedenti. A capacità e ambizioni a livello nazionale debbono infatti corrispondere capacità e ambizioni a livello locale. Oggi, per effetto della nuova politica europea, possiamo anche disporre di non trascurabili risorse aggiuntive per mettere in atto un’efficace politica industriale. 
Occorre semplicemente che tale politica sia pensata e organizzata.

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