Paolo Balduzzi
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Spettro inflazione/ Lo sforzo che serve per non fermare la crescita

di Paolo Balduzzi
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Venerdì 3 Dicembre 2021, 00:14

Ce li ricordiamo ancora i trionfi olimpici di questa estate, quando sembravamo imbattibili: il Covid sotto controllo, l’economia a gonfie vele, l’Italia vincente nello sport e non solo. Ebbene, con quella gioia ancora nel cuore, ci si può chiedere come si sentirebbe quell’atleta che, allenato e pronto per gareggiare, fosse fermato prima delle gare per un problema medico. 

È un po’ la sensazione che si ha guardando alla situazione macroeconomica attuale del nostro Paese. Un Paese (l’atleta) che arriva da due anni di grandi rinunce e sacrifici (l’allenamento), con uno sforzo logistico e di buona volontà dei più che ha portato velocemente la popolazione ad elevate coperture vaccinali; un Paese che si appresta, grazie alle recenti performance di crescita economica (lo stato di forma), a poter ambire di dare speranza e ottimismo (il podio) ai suoi cittadini. 

Ma ecco che due problemi (la malattia) si pongono all’orizzonte: la stretta del Covid, di nuovo, e l’inflazione, di cui ormai non ci si preoccupava da decenni. Si potrà obiettare che il Covid è molto più grave dell’inflazione: quest’ultima erode il nostro potere d’acquisto, il primo ci toglie invece la libertà e, nei casi più tristi, la vita. 
Ma in un’economia in fin dei conti ancora fragile come quella italiana,in cui lo stato sociale dipende fortemente dalle entrate fiscali e queste dipendono a loro volta dall’attività economica, un rallentamento significa avere meno risorse quando più servono, avere meno fiato nel momento dello scatto finale. Si capisce quindi bene perché l’intervento del Governo (il medico) è quanto mai necessario; a patto, però, che l’intervento sia davvero utile e lungimirante, come una cura o una medicina, e non esso stesso pericoloso (doping). 

Gli interventi di sterilizzazione dei prezzi, imporre cioè per legge che questi non possano salire oltre un certo livello massimo, si portano dietro un grande rischio: che i prezzi perdano di significato. In altre parole, che i cittadini non si rendano conto del perché i prezzi stanno salendo. Che è invece un’informazione importante, fondamentale addirittura: è infatti la dinamica dei nostri consumi che deve essere cambiata, specialmente in campo energetico. Ma allora come fare? Una risposta c’è: basta osservare, per esempio, che lo Stato interviene già, e in maniera molto invasiva, sulla dinamica dei prezzi. 

E, di nuovo, in particolare sui prezzi dei prodotti energetici, una delle categorie di beni che, come ha documentato bene ieri “Il Messaggero”, sperimenterà aumenti più elevati nei prossimi mesi. Lo fa con una pressione fiscale che è particolarmente elevata e lo fa anche con i cosiddetti “oneri di sistema”, che altro non sono che ulteriori imposte per finanziare investimenti in fonti energetiche alternative. Questi prelievi, oltre a incidere sulle tasche dei cittadini, hanno due grandi inconvenienti: innanzitutto, sono poco trasparenti, perché l’Iva sarà un’imposta pur facile da calcolare, ma le accise e gli altri oneri proprio per nulla (è già tanto conoscerne l’esistenza!); secondariamente, spesso le imposte colpiscono ufficialmente i fornitori, salvo poi essere da questi trasferite nel prezzo sugli utenti finali, che quindi pagano ancora di più.

La medicina corretta è quindi quella dell’intervento pubblico di rinuncia a queste specifiche entrate fiscali. È possibile, legalmente e in termini di bilancio pubblico? Dal primo punto di vista, l’ideale sarebbe un coordinamento delle politiche fiscali a livello europeo, con la Commissione che autorizzi interventi straordinari di sterilizzazione fiscale senza che, parallelamente, si crei concorrenza fiscale predatoria all’interno dell’Unione Europea. 

Dal secondo punto di vista, nella legge di bilancio le pieghe per trovare qualche miliardo aggiuntivo ai due (insufficienti) già stanziati ci sono di sicuro: basta osservare l’intensa attività parlamentare di questi giorni, tutta intenta a cercare finanziamenti speciali in perfetto stile di assalto alla diligenza. Peraltro, gli economisti sono piuttosto divisi sulla natura e, di conseguenza, sulla durata di questa ondata inflattiva. Per molti si tratta di un fenomeno temporaneo: sarebbe una buona notizia, perché l’intervento del governo richiederebbe meno risorse e sarebbe breve. D’altro canto, un passo indietro del fisco non è mai una cattiva idea, soprattutto in periodi difficili come quello che stiamo vivendo. Dopodiché, nel medio e lungo periodo, non serve far altro che dar seguito alle centinaia di progetti previsti dal Pnrr per la transizione energetica e digitale del Paese. 

Ma al momento il problema è uno solo: non interrompere la crescita sul più bello. Perché non si tratta più ormai solo di una questione economica. Si tratta della necessità, per una popolazione ormai stanca e provata, di uscire da un tunnel di preoccupazioni e pessimismo che dura da quasi 24 mesi. Veramente qualche miliardo in più non è un prezzo adeguato a garantirsi un po’ di tranquillità, di pace sociale e, perché no, un po’ di meritato ottimismo per il futuro?

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