Piero Mei

Federer, l’addio al tennis della Grande Bellezza

di Piero Mei
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Venerdì 16 Settembre 2022, 00:18

Una famosa battuta cinematografica di Orson Wells, ne “Il terzo uomo”, andrebbe riscritta. Diceva: “In Italia, sotto i Borgia, ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, hanno avuto cinquecento anni di pace e democrazia. E cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù”. Falso: hanno prodotto il Tennis perché hanno prodotto Roger Federer, il cui ritiro, scontato sì, anagraficamente più che giustificato sì, perfino spiegato dalla cartella clinica dei suoi infortuni (ah, i guasti dell’età!), sa della malinconia che hanno dato a intere generazioni di appassionati di ogni disciplina, altri inevitabili addii: Pelè, Maradona o Crujyff per dire di calcio (colorando in giallo e rosso si direbbe Totti: Francesco e Roger erano amici), che se però dei primi tre uno solo bisognasse legare a Federer, si direbbe Crujyff, il “profeta del gol”. Per parlare d’altro, magari si proporrebbe Mohammed Alì nella boxe, Michael Jordan nel basket, Aleksandr Popov nel nuoto, se quel che contava non era il numero di vittorie, che pure Federer ha raggranellato in quantità industriali, su ogni campo, ma lo “stile”. 

Federer, come quelli appena nominati e pochissimi altri che ci hanno regalato la felicità di essere spettatori, è stato la Grande Bellezza. Il bel tennis che fu prima delle “randellate” che pure ci entusiasmano. Era, di quelli che sono stati definiti i “Fab Four” del tennis, riprendendo la vecchia amata e amante definizione dei Beatles e dedicandola a lui, a Rafa Nadal, a Nole Djokovic e, per qualche tempo più breve, ad Andy Murray, il John Lennon di questi tennisti alla “ragazzi di Liverpool”, solo che il suo Cavern Club era l’erba di Wimbledon, che per lui è sempre stata l’erbavoglio, quella che non nasce neppure nel giardino di un re, ma nel giardino di Federer sì. Pure quando la sfiorava (calpestarla mai: non lui) con le suole rosse che veniva obbligato a cambiare perché lì tutto deve essere bianco. C’è da dire che forse mentre gli altri dei suoi tempi, e quelli che s’intravvedono del tennis che sta arrivando, Alcaraz sì, ma godiamoci Berrettini e Sinner e pure Musetti, il più “rogeriano” dei nostri, facevano prosa, Federer del tennis faceva poesia. La scriveva con la racchetta: era quella la “mano de Diòs”, era la sua penna o la sua tastiera. Che colpi! Li ha ben descritti David Foster Wallace, scrittore di culto, l’Emile Zola del postmillennio, come lo definì il “New York Times”: “Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene”. Erano quelli che Wallace chiamò i “momenti Federer”, “tanto più intensi - scrisse nel suo saggio “Il tennis come esperienza religiosa” - se un minimo di esperienza diretta del gioco ti permette di capire l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare”. E quei colpi Wallace li descriveva così: “Il dritto è una possente scudisciata liquida, il rovescio è un colpo a una mano che lui sa tirare di piatto, caricare di topspin o tagliare, il servizio ha una velocità e un grado inarrivabile di varietà e precisione, i movimenti del servizio sono flessuosi e sobri, l’intuizione e il senso del campo sono portentosi”. Ecco perché su tutti i campi del tennis, erba o terra rossa o cemento o quant’altro, un ghiacciaio o la tolda d’una nave o il terrazzo di una casa in tempo di pandemia, potevi sentirti Federer o essere preso in giro “e chi sei? Federer?”, come quando troppo correndo in macchina “e chi sei Schumacher?”, o a cavallo di una moto “e chi sei, il Dottore?”, o a cavallo di un cavallo “e chi sei? Piggott?”. Chi eri, eri: eri il mito. E Federer lo era. Quanti bambini hanno preso in mano la prima racchetta perché conquistati da lui? Ahimé anche tanti padri, forse, gliel’hanno messa in mano, magari sperando di divenire “papà Agassi” o “papà Williams”. Ma Roger non era di quel tipo di tennis angosciato. Era un campione d’altro tennis (o del Tennis) ma anche del suo tempo, quello di oggi: lo streaming dei suoi incontri, il canale pay fra i primi, però pure il giro per Roma sul bus turistico per scoprire le cose come le vedono e le vivono le persone normali che non sono un Mito, come è stato Federer. Nel tennis, nello sport e non solo. “Grazie di tutto” per dirla con Wimbledon. Grazie per essere anche un uomo normale: rompeva le racchette quando sbagliava da adolescente, poi ha smesso di romperle anche perché ha smesso di sbagliare; ricordava il primo bacio a Mirka sotto i cinque cerchi di Sydney 2000, e via vivendo e giocando. Mai presuntuoso: alla Playstation, giocando a tennis, sceglieva di essere Nadal o addirittura Monfils. Ed è forse un simbolo che abbia scelto per l’ultimo servizio, l’ultima volée, l’ultimo smash, l’ultimo “sabr”, lo “sneak attack by Roger”, la risposta di sua invenzione, la “Rod Laver Cup”, l’evento che si tiene a Londra, la città di Wimbledon, e che è intitolata al solo tennista che abbia vinto per due volte il Grande Slam, una da dilettante all’epoca, ed una da professionista, nella nuova era. Per l’occasione la squadra dell’Europa rimetterà insieme i “Fab Four”: “Let it be”.

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