Il dilemma Binotto e il rischio testacoda della Ferrari

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Venerdì 2 Dicembre 2022, 00:03

La Ferrari rischia il testacoda. Potrebbe essere vero che Binotto ha deciso di staccare la spina, lasciando la scuderia in mezzo alla palude. Troppe le pressioni e le contestazioni, specialmente se si è molto apprezzati e si possono scegliere le carte con cui giocare. Sempre che si voglia restare ancora intorno al tavolo. La vicenda è più ingarbugliata di quello che può apparire. A testimoniarlo non le parole, ma i fatti. Cose accadute, che sono sotto gli occhi di tutti. E non si basano su acrobatiche ricostruzioni di un ingarbugliato dossier che solo il team principal e il suo presidente conoscono veramente fino in fondo. La sintesi dell’affaire potrebbe essere più vicina al susseguirsi degli eventi piuttosto che ai tentativi di dipingerla degli osservatori. Da una parte, la grande Ferrari. Senza dubbio un mito vivente. La più prestigiosa scuderia che abbia mai calcato i salotti della velocità.

Dall’altra, un tecnico-manager con un lungo curriculum tutto a Maranello. 
Ovvio che, quando il rapporto fra due entità del genere va in frantumi, si pensi subito ad una scalciata del bizzoso Cavallino Rampante. Eppure, questa volta, lo scenario potrebbe essere diverso. Quello su cui dibattiamo sarebbe solo verosimile, non completamente vero. Proviamo a ricostruire. Nella Motor Valley nessuno è contento dei risultati ottenuti quest’anno. Soprattutto dopo il cambio di regolamenti e la partenza stagionale indiavolata del principino Leclerc. 

È vero, ci sono i due titoli di vicecampione. Il Mondiale, però, resta un miraggio, inseguito invano dal 2007 quando l’afferrò all’ultima corsa Kimi Raikkonen, mentre al timone c’era ancora Luca di Montezemolo. Il presidente ha promesso la riscossa prima del 2026, quindi c’è ancora tempo e ripartire della piazza d’onore non sembra proprio un disastro. Ma la folla mormora, i tifosi scalpitano e il malcontento ribolle. Al cambio di timoniere non si pensa, altrimenti non si sarebbe arrivati a redde rationem così impreparati. Buttando benzina sul fuoco, la cenere che cova sotto fa divampare l’incendio. E ciò è avvenuto dopo le indiscrezioni uscite prima del gran premio finale ad Abu Dhabi. 

L’azienda ha con forza smentito, ma i rumors non si sono affatto placati. Anzi. Anche se il rapporto fra i protagonisti era ancora fiduciario, non si poteva certo ignorare che il malcontento stava diventando planetario. Così, quella che è stata fatta passare come la resa delle armi del manager-fedele, in realtà sarebbe una soluzione proposta dallo stesso Mattia per mettere fine all’imbarazzante querelle. Insomma, fatto fuori più dal popolo che dai senatori. Ad Elkann non è rimasto che accettare il passo indietro di Binotto, un gesto senza dubbio da apprezzare. 

A conferma di questo c’è il mancato interim di Benevdetto Vigna, bravo ceo ma inesperto di F1, con la richiesta al dimissionario di restare in sella fino a fine anno. In una fase topica della stagione che, se non vengono prese le decisioni giuste, si ripercuoterà almeno per tutto il 2023. Uno schema del genere, in tutte le multinazionali, viene adottato solo se il dirimpettaio è una persona di cui si ha totale fiducia e non un manager che è stato appena licenziato per manifesta incapacità. 

Insomma, il divorzio sarebbe più un dramma per la Ferrari, che deve cercare in fretta un team principal e riplasmare la struttura tecnica, che per l’ingegnere nato a Losanna. Fin qui il campo minato dove si è trovato a brucare il Cavallino. Vediamo, invece, le prospettive dell’alter ego di Wolff e Horner. Nel Golfo sono nati i primi dubbi. Meglio lasciare. E sono tornate in mente tutte le scherzose offerte di lavoro. Guidare la Ferrari è il massimo, non c’è proposta che tenga. 

Binotto potrebbe avere in tasca un posto offerto dalla Mercedes, da sempre orgogliosa di accogliere i “cacciati” da Maranello. Prima Adriano Costa e poi James Allison hanno disegnato le Frecce Campioni del Mondo emigrando in Germania. Anzi in Inghilterra. In Mercedes, poi, forze fresche con pedigree imperiale potrebbero essere accolte a braccia aperte dopo il fallimento di quest’anno. Sarebbe un porto d’arrivo anche l’Alpine, punta di diamante del gruppo Renault che potrebbe fare carte false per avere un direttore tecnico come l’ex ferrarista. Infine un ruolo affascinante, dove il lavoro potrebbe essere più ad ampio raggio e le possibilità di riuscita parecchio affascinanti. Mattia sarebbe l’uomo giusto del progetto Audi, un marchio fortissimo ma digiuno di F1 che farebbe bingo accaparrandosi le competenze di una doppia figura (TP e DT) con quasi 30 anni di esperienza, per di più in Ferrari. 

Uno sponsor involontario dell’operazione sarebbe Stefano Domenicali, l’attuale leader della F1 che il tragitto Maranello-Ingolstadt l’ha già fatto. Risalendo la china fino a diventare ceo della Lamborghini. Già allora i Quattro Anelli pensavano alle monoposto e le qualità di Stefano, già ex team principal della Rossa, sono un punto di riferimento per fare un’ottima presentazione. Tutto questo a meno che Binotto non decida di andare a pescare, altrimenti è difficile che resterà senza lavoro.

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