Alessandro Orsini
Alessandro Orsini

Afghanistan, L’eterna lotta tra l’Isis e i reduci di Bin Laden

Afghanistan, L’eterna lotta tra l’Isis e i reduci di Bin Laden
di Alessandro Orsini
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Venerdì 27 Agosto 2021, 00:02 - Ultimo aggiornamento: 28 Agosto, 00:04

I rapporti tra i Talebani e l’Isis sono sempre stati conflittuali per tre ragioni fondamentali. La prima è storica: i Talebani afgani hanno sempre rifiutato di giurare fedeltà all’Isis per rimanere legati ad al Qaeda. 

La conseguenza è stata che i militanti delle due organizzazioni si sono combattuti per lungo tempo tra le montagne afgane e, in alcuni casi, l’aviazione americana ha addirittura fornito sostegno ai talebani quando questi erano in difficoltà contro l’Isis. Lo scontro tra i due gruppi è antico, ma aiuta a comprendere il presente, incluso l’attentato contro l’aeroporto di Kabul. In sintesi, nel 2005 al Zawahiri, l’attuale leader di al Qaeda, rimproverò il leader dell’Isis, che all’epoca era al Zarqawi, per le sue stragi indiscriminate contro i civili. Siccome al Qaeda affermava di difendere i musulmani di tutto il mondo, non poteva accettare che l’Isis provocasse così tante vittime tra i musulmani stessi.

 
LE DIFFERENZE
Per comprendere le differenze tra al Qaeda e l’Isis, basta porre a confronto la strage contro la redazione di Charlie Ebdo del 7 gennaio 2015 con la strage del Bataclan del 13 novembre di quello stesso anno a Parigi. La prima strage, pianificata da Al Qaeda, fu circoscritta e selettiva: i fratelli Chouachi uccisero i redattori di una rivista satirica accusata di avere dileggiato Maometto con le vignette. La seconda strage, realizzata dall’Isis, falcidiò chiunque capitasse a tiro. I Talebani afgani, proprio come al Zawahiri, sono contrari alle stragi indiscriminate contro la popolazione civile e pensano che gli attentati debbano essere condotti contro i loro nemici dichiarati, come i soldati americani. Non è dunque corretto ritenere che i Talebani condannino l’attentato contro l’aeroporto di Kabul per il semplice fatto che essi hanno appena conquistato il potere. La questione è più antica e complessa. Tant’è vero che i Talebani afgani condannarono l’attentato dei Talebani pakistani contro la scuola di Peshawar, in cui morirono 141 studenti tra i 10 e i 18 anni, il 16 dicembre 2014. 


La seconda ragione del conflitto è strategica. I Talebani hanno un’agenda nazionale. Il loro progetto politico è limitato all’Afghanistan. Di contro, l’Isis ambisce a destabilizzare tutti gli Stati a maggioranza musulmana per rovesciare i loro governi. Inoltre, i talebani afgani, esattamente come al Qaeda, ritengono che la conquista del potere debba procedere dal basso verso l’alto. Come ha scritto al Zawahiri, al Qaeda deve conquistare il “cuore” dei musulmani e fondare il califfato sul loro consenso. Di contro, l’Isis ritiene che la presa del potere debba procedere dal basso verso l’alto: prima la conquista dello Stato con la forza e poi l’instaurazione del califfato. Per al Qaeda, il problema del consenso è primario; per l’Isis, è secondario. 


I MILITANTI
La terza ragione dello scontro tra i Talebani afgani e l’Isis è politica: l’Isis pensa che la lotta contro gli americani non debba mai cessare. I Talebani, invece, essendo preoccupati esclusivamente del futuro dell’Afghanistan, sono pronti ad abbracciare la ragion di Stato per tornare al potere e costruire un nuovo edificio statale. Secondo i militanti dell’Isis, nessun accordo o compromesso è concepibile con gli americani, che possono essere soltanto combattuti.
L’Isis realizza il suo attentato contro l’aeroporto di Kabul per una molteplicità di ragioni. La più ovvia è mediatica: gli occhi del mondo sono puntati su quelle piste di decollo. Ma c’è di più: l’Isis ha un conto antico da regolare con i Talebani e spera di attirare a sé i giovani estremisti afgani delusi dalla moderazione dei capi talebani. Per l’Isis è di vitale importanza che il nuovo Stato afgano non si stabilizzi pacificando la popolazione, magari con un governo di accordo nazionale. I terroristi islamici sono sempre molto deboli militarmente e, come abbiamo documentato nel libro “L’Isis non è morto” (Rizzoli), possono sfidare soltanto gli Stati falliti. L’Isis ascese in Siria e in Iraq dopo che quei due Stati si erano tragicamente sgretolati. 


aorsini@luiss.it

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