Eraldo Affinati

Il fuoco che brucia il cuore della città

Il fuoco che brucia il cuore della città
di Eraldo Affinati
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Mercoledì 6 Ottobre 2021, 00:13 - Ultimo aggiornamento: 00:24

Ho sempre pensato ai depositi dell’Atac come se fossero i cuori segreti della nostra grande metropoli: spesso collocati negli interstizi della Capitale, fra stabilimenti e cavalcavia, questi spazi pulsanti sono propulsori sempre attivi. 

Quando gli autobus escono dai depositi diretti verso le stazioni che scandiscono il loro cammino obbligato, tutta la città prende vita. Ogni volta che s’incendiano, purtroppo accade sempre più spesso, da Tor Pagnotta a Grottarossa fino a Tor Sapienza, mi sento sotto scacco, al tempo stesso arreso e stupefatto di fronte al divampare del fuoco che, come ben sappiamo, appartiene ai cromosomi ancestrali dell’Urbe imperitura.

Se poi le fiamme attaccano anche il Ponte di Ferro, scrigno prezioso della memoria più cara, quella delle donne eroine che durante la Seconda guerra mondiale vennero fucilate dai nazisti nei suoi pressi mentre stavano cercando il pane con cui sfamare i loro figli, allora provo la sensazione di un mondo che crolla ma, essendo insegnante, quindi rivolto al futuro, subito cerco dentro di me le ragioni per contrappormi allo scempio, col quale come cittadino in realtà da sempre convivo, e fortunatamente le trovo nella speranza di poter, ancora una volta, ricostruire i fondali bucati, rimettendo in piedi chi è caduto.

I giorni che stiamo vivendo me lo permettono. Anzi, direi meglio: me lo impongono, visto che, in considerazione dei recenti risultati elettorali, ci troviamo in un momento di passaggio, crinale e spartiacque, fra la vecchia e la nuova Amministrazione comunale. 

Guai se non conservassimo la fiducia nella possibilità di poter non dico cambiare l’universo, ma semplicemente risistemare il giardino sotto casa. Quando ero bambino il maestro ci portava a visitare gli scavi archeologici ai Fori Imperiali, a qual tempo si poteva entrare gratis e molte scolaresche lo facevano. Ricordo di aver giocato a pallone nel campetto di fronte al Colosseo, dove per lunghi anni si affrontarono improvvisate squadre di immigrati sudamericani.

Voglio dire: sin da piccolo ho maturato e custodito un sentimento di vanità nei confronti di ogni mutamento storico. Le macerie intorno a cui sono cresciuto hanno rafforzato in me una specie di inevitabile disincanto: è questa, in fondo, la potenza inenarrabile del carattere romano. Fate pure, ma non crediate che ci lasceremo incantare dalle vostre eterne promesse tradite. 

Tuttavia, non appena scendo a camminare sul lungotevere della grande bellezza, che sto attento a scrivere con le minuscole per evitare ogni ridondanza, e rivedo e ritrovo e riconosco l’antico fiume degli avi, da San Paolo a Testaccio, da Trastevere a San Pietro e oltre ancora, è difficile per me non ripensare al filosofo su cui abbiamo studiato da ragazzi, quando severo e consapevole ci ammoniva: l’acqua che scorre sembra la stessa ma è sempre diversa. 

E’ vero: ogni generazione ricomincia da zero. Vale per gli studenti che ti guardano mentre spieghi, proprio oggi ricominceremo le nostre lezioni in presenza alla Penny Wirton, nella scuola gratuita di italiano per immigrati di via Domenico de Dominicis, a Casal Bertone, ma vale anche per i prossimi amministratori di Roma, i quali dovranno assumersi la responsabilità di guidare, con auspicabile solerzia e decisa autorevolezza, doti che non dovremmo mai dare per scontate, la città che più di ogni altra al mondo, nella sua lunga e travagliata storia millenaria, rappresenta, anche simbolicamente, la coscienza ferita e stravolta della civiltà occidentale.
 

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