Ferdinando Adornato
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Valori rovesciati/ Se la politica tradizionale diventa un'anomalia

di Ferdinando Adornato
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Venerdì 2 Dicembre 2022, 00:03

Strano Paese il nostro, dove la politica è ancora capace di sorprendenti rovesciamenti della realtà. Come quelli di trasformare la normalità in anomalia e, viceversa, le anomalie in abitudini consolidate. Ad esempio: è del tutto “normale”, in una democrazia matura, che governo e opposizione dialoghino per trovare, se è possibile, intese sui dossier più importanti. Tanto più in una fase storica così difficile da aver reso di recente necessario un governo di unità nazionale.

Invece no. È bastato un incontro sulla prossima legge di bilancio tra Giorgia Meloni e Carlo Calenda per far gridare all’anomalia, anzi quasi allo scandalo. Si badi: sia dalle file dell’opposizione che da quelle della maggioranza. Si può capire perché il Pd, incalzato dal populismo dei 5Stelle e incerto sul proprio destino, accusi il Terzo polo di voler fare da “stampella” al governo. Si può capire, ma non si può giustificare. Le ragioni della propaganda, infatti, non possono azzerare l’esercizio della ragione. 

Dovrebbe essere “normale” per tutti, anche per il Pd, accettare un’interlocuzione con il governo. Fino a prova contraria la legge di bilancio deve essere approvata dal Parlamento: perché allora rifiutarsi di confrontare, per tempo, le proprie ricette con quelle dell’esecutivo? Non rifiutano certo di farlo le parti sociali. E persino i sindacati, anche se già pronti alle consuete manifestazioni di piazza.

Perché lo stesso metodo non dovrebbe essere fatto proprio da tutti i partiti d’opposizione con reciproco vantaggio? Prova ne sia il fatto che l’interlocuzione tra Pd e governo sul decreto armi all’Ucraina si è concluso positivamente. Calenda, dunque, non ha fatto altro che attenersi ad una “normale” funzionalità del confronto democratico che in nessun modo può giustificare alcuna accusa, men che meno di “tradimento”. 

Altrettanto incomprensibili appaiono, poi, le critiche arrivate da Forza Italia. Dovrebbe essere infatti considerata positiva, da tutti i partiti di governo, la circostanza che, magari solo su alcuni particolari aspetti della legge di bilancio, la maggioranza possa allargarsi. Perché invece preoccuparsi? Se pure si coltivasse il sospetto di una “intesa cordiale” di più lunga durata, non dovrebbe essere proprio il partito di Berlusconi a rallegrarsi, visto che Calenda e Renzi sono più affini all’area di centro che al partito della Meloni? Si sussurra che Forza Italia, in realtà, tema di poter essere un giorno “sostituita” come forza di maggioranza: se fosse vero ciò significherebbe che la fiducia nella premier è davvero assai labile ma allora si aprirebbe un quaderno di problemi ben più rilevante. C’è da dire, peraltro, che sarebbe un timore del tutto infondato visto che i numeri parlamentari di Calenda non basterebbero a rendere plausibile un’operazione del genere. Dunque, la morale della favola resta una sola: a sinistra come a destra si riesce, con grande disinvoltura, a seppellire la “normalità” sotto l’epigrafe dello scandalo. 

Ma, come si diceva, l’alchimia funziona anche al contrario: nel trasformare le anomalie in abitudini consolidate. Un esempio tra i tanti: è da decenni che si denuncia la scomparsa dei partiti e l’avvento di una confusa “personalizzazione della politica”. Ebbene, questa evidente “deviazione sistemica” è stata purtroppo ormai assunta come “normalità”. Nessuno ne discute seriamente, nessuno cerca di porvi rimedio. Forza Italia, che tale stagione ha inaugurato, non può cambiare per ovvi motivi di “padronanza”, nonostante i tracolli elettorali. I 5Stelle, nati come “forza collettiva”, si sono abbandonati al personalissimo dominio di Giuseppe Conte. Il Terzo Polo vive per ora solo sull’immagine di Renzi e Calenda, così come la Lega sulla leadership di Salvini che non appare contendibile. 

Persino i due partiti più strutturati, Fratelli d’Italia e il Pd, rischiano. Il primo di diventare Meloni-dipendente, cosa che dovrebbe consigliare alla premier di usare il tempo del governo anche per riorganizzare e consolidare il partito. Il secondo di smarrire la sua identità nella logorante scelta di un nuovo leader, resuscitando qualche antico dubbio sull’opzione delle primarie all’epoca favorita, appunto, dal nascente mito della personalizzazione. Il primato della persona sul partito rischia inoltre di inquinare i valori sia della politica che delle persone. Letizia Moratti, ad esempio, per cercare voti a sinistra e non solo tra i suoi “colleghi” della borghesia lombarda, è costretta a negare, ancora in una recente intervista, quello che da vent’anni è chiaro a tutti: il fatto di essere una figura, per altro prestigiosa, dell’area di centrodestra. 

Vale infine la pena di annotare che molti degli stessi protagonisti dei partiti personali, Conte in testa, si affannano a contestare furiosamente l’elezione diretta del Capo dell’esecutivo che, tutto sommato, avrebbe almeno il merito di traghettare la “personalizzazione” verso un contesto di nuovi equilibri e contrappesi istituzionali, disegnando un quadro sistemico più stabile. Tutte queste riflessioni confermano, purtroppo, un dato ormai chiaro da tempo: l’Italia resta un Paese a “normalità difficile”.

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