Interessi diversi/Il partito “personale” che logora le istituzioni

Giovedì 27 Agosto 2020 di
La patologia che sta rendendo sempre meno governabili tanto il sistema politico internazionale quanto quelli domestici ha un solo nome: eccesso di personalizzazione. È un fenomeno particolarmente evidente nei regimi autoritari (la Bielorussia di Lukashenko), ma che non lascia indenni nemmeno le democrazie (l’Ungheria di Orban, la Polonia di Kaczynski e, con tratti diversi, gli Stati Uniti di Trump), e che proprio in molte democrazie si manifesta attraverso la continua involuzione dei partiti in organizzazioni al servizio del “capo”, espressa, nei casi più esasperati, con la presenza del suo nome “in ditta”.

Due precisazioni sono doverose in premessa. La prima: la rilevanza e la necessità di leadership forti (che significa “autorevoli” e non “autoritarie”) non ha niente a che fare con la patologia di cui scrivo. Angela Merkel è senza dubbio l’autorevole leader della Cdu in Germania, in grado di esercitare la sua pressione per la designazione del suo successore e senza rivali interni capaci di impensierirla.

Ma nessuno mai si sognerebbe di pensare che la Cdu sia il partito di Frau Angela, se non nel senso che è quello che lei temporaneamente guida, e che quando avrà un nuovo leader non dovrà certo cambiare nome.

La seconda: è ovvio che in politica sia sempre centrale una dimensione personale. Il comando è esercitato da qualcuno su qualcun altro e quella di potere è una relazione anche, irrimediabilmente, personale. 
Tutto ciò vale pure dentro i partiti, tanto più in quelli a maggior vocazione carismatica. È però da notare che proprio la diffusione e la prevalenza dei partiti personali non soltanto finisca inevitabilmente con il produrre conseguenze sulla natura, la solidità e le prospettive di durata del singolo partito, ma rischi anche di generare una metamorfosi sulle istituzioni, di rompere il delicato equilibrio sul quale si fonda il rapporto tra potere politico e autorità istituzionale. Così, facendo venire meno l’aura di autorevolezza di cui le istituzioni dovrebbero sempre godere, al di là di chi provvisoriamente le incarni.

Un “partito del capo” è oltre tutto pressoché impossibile che continui a funzionare come strumento di selezione e addestramento del personale politico, perché la carriera dei “colonnelli” dipende prevalentemente, se non esclusivamente, dalla fedeltà assoluta al leader. Ma un simile partito finisce inevitabilmente con l’alimentare una cultura politica sempre più incapace di distinguere tra la “parte” e il “tutto”: il capo dal partito, il partito dalle istituzioni, il potere dall’autorità. Giunti a un simile punto non può stupire che le istituzioni diventino il “legittimo” bottino di una fazione nella fazione, che il leader utilizza come cosa propria, senza nessuna remora. D’altronde, anche il partito, nella sua dipendenza totale dalle fortune del boss, diviene più vulnerabile, perché tagliata la testa, il corpo crolla a terra inanimato.

In simili condizioni, persino all’interno di una democrazia, la lotta politica non può che incanaglirsi, perché la posta in gioco è altissima e strettamente legata alle sorti del leader. E questo è vero sia sul terreno partitico sia in quello istituzionale. Si pensi a Donald Trump, che una volta conquistato il Partito repubblicano con una “scalata ostile” nelle primarie di quattro anni fa, e vinte successivamente le elezioni presidenziali, lo ha reso poi completamente succube della sua interpretazione del ruolo di presidente degli Stati Uniti. 
La personalizzazione riduce inevitabilmente l’elasticità del sistema e persino la ricerca di ambiti di mediazione. Una volta fissati alcuni valori e tracciati alcuni limiti di massima, un partito come la Cdu può cambiare linea cambiando leadership e sopravvivere politicamente insieme al leader sconfitto (come avveniva ad Andreotti, o Moro nella vecchia Dc). Non così un partito personale e neppure il suo capo del resto. 

L’eccesso di personalizzazione rende più drammatica la competizione politica, trasformando ogni sfida in un duello all’ultimo sangue, e vanifica una delle principali acquisizioni della democrazia: la neutralizzazione del cambio di leadership, la sdrammatizzazione della transizione di potere, che ha sempre rappresentato il momento più delicato (e normalmente violento e sanguinoso) per qualunque regime politico.

La medesima degenerazione si sta verificando da anni in politica internazionale, dove gli eccessi di personalismo rendono vano il tentativo della dimensione istituzionale di delimitare il campo e il metodo dello scontro (persino in guerra), e di provare almeno a distinguere tra interesse nazionale e interessi della leadership. È una differenza sottile ma essenziale, che contiene ovviamente elementi di “artificialità” e di “finzione”: ma è la sola che consente agli Stati di sopravvivere ai cambiamenti di regime e di leadership, di trovare spazi di compromesso, di allontanare i rischi di escalation e di pensare a una Bielorussia oltre Lukaschenko o a una Russia oltre Putin.
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