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Francesco Grillo
Francesco Grillo

Gap da colmare / La sfida della politica sul divario digitale

di Francesco Grillo
5 Minuti di Lettura
Venerdì 5 Agosto 2022, 00:38

«I computer sono dovunque. Tranne che nelle statistiche della produttività». Fu Robert Solow, il padre della teoria che spiega meglio la crescita e il declino di un’economia, maestro di Mario Draghi al Mit, il primo ad accorgersi che non basta investire in macchine digitali per garantire maggiore benessere per tutti. 
E sono queste le parole che dovrebbero anticipare qualsiasi strategia su una trasformazione radicale che non può più essere uno dei temi di un programma elettorale: le tecnologie vanno considerate, invece, la leva capace di cambiare tutto (diseguaglianze, lavoro, sicurezza...); di farci vincere la missione difficile di spendere velocemente le risorse del Pnrr e di invertire un declino che dura da trent’anni. 


L’ultimo rapporto della Commissione Europea sull’avanzamento dell’economia digitale nei diversi Paesi europei (Desi) dice che l’Italia è ancora un caso che Solow studierebbe con piacere: avanzano dovunque i computer, ma il valore che riusciamo ad estrarre da un’ora di lavoro è persino inferiore a dieci anni fa. 
I servizi pubblici sono quasi tutti accessibili senza andare allo sportello, eppure più di due terzi dei cittadini italiani continua a mettersi in coda e gli anziani sono rimasti indietro. È una situazione che mette in una condizione di sofferenza intere aree di servizio pubblico (sanità e scuole ad esempio) e settori produttivi (banche, assicurazioni, distribuzione) che, invece, sono investite – in altri Paesi – dalle ondate di innovazione che decideranno di chi è il futuro. La sensazione è che sia mancata finora ai “tecnici” che si sono occupati di digitalizzazione sia la visione di quanto radicale può essere la trasformazione, sia il pragmatismo che porta altri Paesi – soprattutto in Asia – a usare le tecnologie come strumento per risolvere problemi che riguardano tutti. 


Per percentuale di famiglie che hanno accesso alla banda larga siamo, dunque, molto vicini alla media europea: 88% rispetto ad una media europea del 90 e, soprattutto in netto miglioramento rispetto ai valori che l’Italia raggiungeva appena dieci anni fa (55%). Siamo, peraltro, per numero di abbonamenti alla telefonia mobile a valori superiori a quelli delle altre economie europee (ce ne sono 1,3 per ogni abitante compresi i neonati e non è chiaro se questa è una notizia positiva) e quasi tutti i servizi pubblici sono disponibili online (siamo quasi al 90% e a valori leggermente superiori a quelli medi dell’Unione).


E, tuttavia le ombre dicono che i computer li stiamo utilizzando male. Sono ancora meno di un quarto (23%) gli italiani che riescono a completare un’intera pratica senza recarsi allo sportello e dietro l’Italia ci sono, ancora, solo la Romania e la Bulgaria. Stiamo evitando che Internet aggravi disparità che già esistono - tra i disoccupati e gli emigranti l’utilizzo della rete non è molto inferiore alle medie nazionali – e, tuttavia, l’intero divario digitale (come dice il grafico che accompagna l’articolo) si scarica sugli anziani (molto più che in Spagna, ad esempio). Ciò crea ad una fascia di popolazione sempre più numerosa, sofferenze – per chi è malato cronico è penoso dover trascinarsi fino ad una Asl per un certificato - ma anche code nelle filiali delle banche: è invece proprio nella creazione di interfacce capaci di seguire gli anziani a casa che si stanno costruendo altrove innovazioni decisive che la pandemia ha accelerato. 


Siamo, infine, dietro (meno che sui servizi pubblici) nella dotazione di quelle che certi consulenti chiamano “competenze digitali”. In realtà, prima di misurare tale parametro, dobbiamo capire di che competenze ha bisogno una società che provi a governare quella che assomiglia sempre di più ad una mutazione biologica. Certamente, è necessario che tutti abbiano idea di come i computer “pensano”: un corso di coding che diventi parte delle materie della scuola dell’obbligo può far comprendere cosa possono fare le macchine che ci accompagnano ovunque. E, di sicuro, è altrettanto importante che l’Italia aumenti la formazione di programmatori, grafici, esperti di marketing digitale la cui mancanza strozza intere filiere produttive. E, tuttavia, se una società iperconnessa ha bisogno di persone capaci di trasformare grandi quantità di informazioni in conoscenza (riconoscendo quelle false), un ottimo liceo continua ad essere assai utile.


La sensazione che si ha, leggendo i dati di Desi è che all’Italia manchi, soprattutto e a tutti i livelli, la determinazione che Steve Jobs riteneva indispensabile per produrre innovazione utile. Va bene creare infrastrutture di grande complessità (la “casa digitale” degli italiani che il Pnrr si pone come obiettivo). Tuttavia, è fondamentale che chi si occupa di accompagnare in quella “casa” gli italiani sia fortemente motivato a costruire interfacce semplici: gli appalti pubblici devono poter pagare i fornitori sulla base del numero di utilizzatori o delle transazioni che una certa soluzione produce. Va bene eliminare documenti ovviamente inutili e molto efficace è l’esempio che Vittorio Colao fa della patente. E, tuttavia, non si capisce perché certe novità debbano aspettare faticose concertazioni, laddove il riconoscimento biometrico potrebbe cominciare dall’utilizzo volontario da parte di cittadini adulti che devono poter fare una scelta individuale tra “privacy” ed efficienza.


«La necessità è la madre dell’innovazione», dicevano gli ingegneri della Roma imperiale: bisogna avere la concretezza di legare ciascun ulteriore processo di digitalizzazione ad un obiettivo che riguarda tutti e che tutti abbiano interesse a difendere. Del resto, l’idea che le tecnologie siano neutrali rispetto alla visione di società di cui siamo portatori ha dimostrato, da tempo, di essere sbagliata. Chiunque si candidi a governare un Paese complesso come l’Italia, dovrà avere un approccio molto più politico e meno tecnico ad un progresso tecnologico che cambia i termini di qualsiasi questione. 


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