Paolo Balduzzi
Paolo Balduzzi

Solo le elezioni possono salvare la faccia a Londra

Venerdì 15 Marzo 2019 di Paolo Balduzzi
Sono passati ormai quasi tre anni dal 23 giugno 2016, un giorno che rimarrà nei libri di storia e impresso nelle menti di milioni di cittadini europei. Il referendum sulla Brexit ha infatti innanzitutto certificato un disastro politico (o una figuraccia, a seconda di come questa vicenda andrà a finire) senza precedenti per la classe politica britannica, da David Cameron e Theresa May nelle vesti di Primo Ministro a tutti i leader che hanno caratterizzato questa stagione politica. Il grande errore di Cameron è stato principalmente quello di aver forzato un referendum sostanzialmente inutile al solo scopo di indebolire i suoi avversari (gli indipendentisti dell’Ukip ma anche qualche corrente degli stessi conservatori) e di essersi invece ritrovato a dover gestire un esito che non aveva preventivato e su cui, naturalmente, non poteva essere pronto. Ma non ha avuto nemmeno la forza di porre con coraggio la visione della politica di lungo periodo di fronte agli elettori stessi. Sia chiaro, nessuno contesta l’esito del referendum. Forse non è stato lo strumento più opportuno, questo sì: la campagna referendaria è stata spesso confusa e infarcita di argomenti fuorvianti, fallaci e a volte di vere e proprie invenzioni. Inoltre, la decisione degli elettori non è stata certo chiara e compatta.

Al contrario, interi territori, come Scozia e Galles, si sono espressi per il “Remain” e la differenza tra gli schieramenti era esigua: solo poco più di un milione di elettori su oltre 33 milioni di partecipanti al voto. Di fonte a uno scenario del genere, Cameron avrebbe potuto dimettersi immediatamente e cercare di indire nuove elezioni, in cui i partiti si sarebbero sfidati tra favorevoli all’uscita e partiti invece contrari. Certo, l’esito sarebbe stato incerto, ma almeno avrebbe ulteriormente responsabilizzato gli elettori e soprattutto conferito maggiore forza al vincitore. Al contrario, al voto ci si è arrivati dopo aver avviato la procedura di uscita e quindi dopo essersi infilati in un vicolo cieco o quasi. Peraltro, sia chiaro: se il Trattato dell’Unione europea prevede una clausola di uscita, significa che ogni Paese debba e possa sentirsi libero, nel corso della sua storia, di fare ciò che ritiene migliore per tutelare il benessere dei suoi cittadini. E certamente questo dibattito – se non addirittura questo passaggio – era necessario nella storia britannica, una nazione ed ex impero con forti legami e tradizioni di amicizia su entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico ma anche orientato all’autonomia e alla grandezza.

Tuttavia, ciò si è di fatto tramutato in un salto nel vuoto: i vincitori del referendum se ne sono lavati le mani; Cameron, da sconfitto, ha dovuto gestire un esito in cui non credeva e ha preferito lasciare la gestione dei passi successivi alla collega di partito May. La quale, a sua volta, non ha saputo trovare sostegno né nel Parlamento né nel suo stesso partito al suo piano diplomatico con Bruxelles. L’Unione stessa non è esente da critiche: si è trovata a dover gestire un procedimento di certo eccezionale ma tutt’altro che impossibile o imprevedibile. Se da un lato è giusto che essa abbia voluto garantire ai propri cittadini il miglior trattamento possibile con l’uscita della Gran Bretagna, dall’altro avrebbe potuto rendere il processo più semplice e meno forzato. L’apertura degli ultimi giorni alla possibilità di un rinvio dell’uscita è stata una buona notizia, segno di aver capito che ulteriori chiusure avrebbero portato a un’uscita senza accordo (“no deal”) con conseguenze economiche rilevanti sia sulla Gran Bretagna sia su molti Paesi membri, tra cui l’Italia. E anche di aver intuito che con l’allungamento dei tempi aumenta la probabilità di una clamorosa retromarcia della Gran Bretagna. 

Intanto, il voto di ieri sera del Parlamento inglese ha dato il via alla procedura di richiesta di questo rinvio. Esito non scontato, perché servirà una accettazione unanime dei Paesi membri al prossimo Consiglio europeo del 21 e 22 marzo. Ma questa settimana verrà utilizzata proprio alle diplomazie (britannica e dei membri più accomodanti) per ottenere il via libera, nonché a chiarire definitivamente se la Gran Bretagna dovrà questo punto partecipare o meno alle prossime elezioni europee di fine maggio. Il sentiero è comunque stretto e la possibilità che Theresa May ottenga un voto favorevole all’accordo con l’Ue, dopo le due debacle precedenti, ancora molto vicino allo zero.Tutto inutile allora? Come uscire da questa impasse? Il primo atto dovuto, nei tempi che riterrà opportuni ma che non possono essere lunghi, sono le dimissioni dello stesso Primo Ministro, Theresa May. La seconda mossa deriva dalla seguente constatazione: il fronte del No agli accordi con l’Europa è molto variegato nelle motivazioni (va dai Brexiter più duri a chi non vuole affatto la Brexit) ma altrettanto compatto nel voto parlamentare. Per costringere questo fronte a sfaldarsi le strade sono potenzialmente due. La prima, ormai tardiva, a rischio di inutilità e che di fatto insisterebbe nell’errore di fondo di dichiarare sconfitta la classe politica britannica, sarebbe stata quella di un nuovo referendum sulla Brexit. Eventualità però formalmente rifiutata da una risoluzione votata anch’essa ieri. L’altra strada, invece, è quella di provare a portare indietro l’orologio al 24 giugno 2016 e di indire nuove elezioni politiche. In questo modo i partiti potranno liberamente esprimere la propria posizione sull’uscita o meno e, nel primo caso, anche chiarire le modalità dell’uscita stessa, tenuto conto de fatto che, note le condizioni di Bruxelles, in campagna elettorale saranno possibili molte meno frottole rispetto a tre anni fa. Allo stesso modo, gli elettori potranno comunque esprimersi, scegliendo liberamente il partito preferito. E chiarendo definitivamente, a se stessi e al mondo, quale destino vogliono per la Gran Bretagna.


  Ultimo aggiornamento: 00:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA