Manovra 2020, si parte da Iva e bonus 80 euro

Venerdì 24 Maggio 2019 di Luca Cifoni

Iva, bonus 80 euro, reddito di cittadinanza e Quota 100. Sono queste le carte che il governo potrà giocare nella difficile partita della manovra 2020. Un impegno che per il momento resta sullo sfondo della campagna elettorale e delle prevedibili baruffe che seguiranno il voto, ma che in realtà diventerà concreto già dal mese di giugno, quando prima la commissione e poi Eurogruppo e Consiglio europeo dovranno occuparsi dei conti del nostro Paese, il quale a quel punto avrà già ricevuto una lettera formale sul mancato rispetto della regola del debito.
 

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CONTROPARTITA
La speranza dell'esecutivo è che la discussione sia ulteriormente rinviata, fino all'autunno. Un eventuale atteggiamento morbido delle istituzioni europee potrebbe però avere come contropartita la richiesta di un impegno più severo per il prossimo anno. Da attuare appunto con la legge di Bilancio 2020. È questo lo scenario che aveva in mente il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia quando durante la sua relazione all'assemblea annuale ha evocato un possibile intervento da 32 miliardi «imponente e con effetti recessivi». Un numero a cui si arriva mettendo in fila gli impegni che il nostro Paese dovrebbe soddisfare se le regole fossero applicate rigorosamente, come spiega il direttore del Centro Studi Confindustria Andrea Montanino: «All'Italia viene richiesto un aggiustamento strutturale pari allo 0,6 per cento del Pil e partiamo da un deficit tendenziale che nel 2020 arriverebbe almeno al 3,4 per cento del Pil senza lo scatto degli aumenti Iva». Ecco quindi che rispetto al prevedibile disavanzo con cui si chiuderà il 2019 (2,4%) «bisognerebbe scendere il prossimo anno fino all'1,8 per cento». Ovvero trovare qualcosa 29 miliardi, a cui ne andrebbero aggiunti circa 3 di spese indifferibili che come ogni anno finiscono in legge di Bilancio. Per inciso, si tratta di un obiettivo più ambizioso di quello che il governo ha messo nero su bianco nel Def. Ecco quindi la proposta di Confindustria: concordare con l'Unione europea un piano più graduale ma con impegni credibili in un orizzonte di tempo almeno triennale.

LA FLESSIBILITÀ
Ma anche nell'ipotesi che il conto totale scenda con la concessione di margini di flessibilità, andrà comunque trovata una somma impegnativa, 20 miliardi o qualcosa di più. Ai quali andranno aggiunti gli oneri necessari a finanziare le scelte di politica economica dell'esecutivo, a partire dalla citatissima flat tax. Nel Documento di economia e finanza il governo ha fatto dei riferimenti piuttosto generici alla prosecuzione dell'azione di spending review e all'inasprimento della lotta all'evasione fiscale. Ma se queste risorse potranno forse dare una mano a finanziare in parte le nuove misure, le leve più importanti sono altre, a partire dalla possibilità di far effettivamente scattare almeno in misura limitata gli aumenti Iva. È un'opzione che nessun politico può neanche nominare alla vigilia di un voto, ma che da molti osservatori viene ritenuta inevitabile (la stessa Confindustria è possibilista e invita a un approccio «non ideologico»). In tutto sono 23 miliardi, una parte dei quali potrebbe essere reperita con un aumento generalizzato di un punto dell'aliquota ordinaria (22%) o con interventi più selettivi, ad esempio sull'aliquota ridotta del 10. C'è poi il bonus 80 euro, evocato in questi giorni, che vale 9 miliardi: una sua trasformazione in detrazione darebbe qualche risparmio. Infine i fondi per reddito di cittadinanza e Quota 100 contengono complessivamente circa 15 miliardi: in questi giorni si discute di dove dirottare i soldi non spesi per il 2019, ma se il sottoutilizzo dovesse risultare confermato per i periodi successivi, l'esecutivo potrebbe in qualche modo attingere anche a questa riserva. Queste quattro grandi voci valgono complessivamente almeno 47 miliardi, e qualsiasi ragionamento sulla manovra non potrà che prenderli in considerazione.
 

Ultimo aggiornamento: 16:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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