Autostrade, Atlantia: "Scendiamo sotto il 51% ma restiamo nella società"

Lunedì 13 Luglio 2020
(Teleborsa) - Atlantia non ha intenzione di uscire da Aspi. La società "ha riconosciuto gli errori e ora vuole avere l'orgoglio e la pazienza di rimediare, anche con altri soci" senza, tuttavia, vendere tutto il pacchetto di Aspi, pari all'88% del capitale. È quanto affermano in un'intervista al quotidiano La Repubblica gli amministratori delegati di Aspi e di Atlantia, Roberto Tomasi e Carlo Bertazzo.

"Atlantia per raggiungere un accordo e sbloccare questa situazione è disposta a rinunciare a una parte dei suoi diritti di opzione in presenza di un aumento di capitale – spiegano i vertici delle due società –. Già dal 6 febbraio scorso abbiamo aperto alla possibilità di diluirci a favore di soci terzi, sotto il 51% ma a condizioni di mercato e nel rispetto dei soci di minoranza Allianz e Silkroad". In merito al tema della governance, i due Ad si sono detti "aperti a condividere la governance con gli eventuali nuovi soci pubblici e privati, come avviene in altre società internazionali. D'altronde – hanno aggiunto – il percorso sin qui è già stato condiviso. Ma saremmo disposti a condividere la governance anche nel caso che lo Stato, insieme ad altri rilevanti investitori, voglia entrare con una piccola quota senza dover far fronte a grandi esborsi di denaro. Questa soluzione sarebbe ottimale per l'interesse pubblico".

Commentando la nuova proposta, Tomasi ha sottolineato come nasca "da un confronto durato quasi un anno in cui abbiamo ascoltato con attenzione le esigenze dell'esecutivo. Ci impegniamo – ha annunciato – a stanziare 3,4 miliardi suddivisi tra oneri di ricostruzione, riduzione modulare dei pedaggi e ulteriori manutenzioni delle infrastrutture, tutti elementi a nostro carico". "Con il nuovo sistema di tariffe definito dall'Autorità dei Trasporti – ha aggiunto Bertazzo – vengono remunerati gli investimenti realizzati, i pedaggi non saliranno più in rapporto all'inflazione. Su 14,5 miliardi di investimenti abbiamo accettato un tasso di rendimento del capitale del 7,09% pre-tasse anche su opere complesse come la Gronda di Genova e il nodo di Bologna".

Infine sul tema della revoca i vertici di Atlantia e Aspi hanno evidenziato come tale ipotesi andrebbe contro l'interesse del Paese. "Se si applica l'articolo 35, dal giorno dopo vanno in default 10 miliardi di debiti di Aspi nei confronti di banche e mercato, sempre che lo Stato non se li voglia accollare – ha affermato Bertazzo –. Atlantia ha poi 5,5 miliardi di bond garantiti di Aspi più altri 5 miliardi di debiti suoi". Nel complesso andrebbero, quindi, in default circa 20 miliardi di prestiti più tutti i crediti commerciali. "Non si capisce – ha concluso Tomasi – quale sarebbe l'interesse del Paese nel caso di una revoca. Investimenti per 7,5 miliardi già cantierabili verrebbero buttati alle ortiche, il nuovo concessionario dovrebbe ripartire da zero. I 7mila dipendenti sarebbero a rischio e si aprirebbe un contenzioso che durerebbe anni".

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